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16 Dicembre 2018

Antr-Man and the Wasp e la super ironia


Antr-Man and the Wasp è il sequel di Ant-Man (2015) e nell’arco temporale del Marvel Cinematic Universe si colloca in contemporanea con Avengers: Infinity War e dopo Captain America: Civil War.
Scott Lang (Paul Rudd) deve affrontare le conseguenze delle proprie scelte sia come supereroe sia come padre. Mentre è impegnato a gestire la sua vita familiare e le sue responsabilità come Ant-Man, si vede assegnare una nuova e urgente missione da Hope van Dyne (Evangeline Lilly) e dal Dr. Hank Pym (Michael Douglas). Scott dovrà indossare ancora una volta la sua tuta e imparare a combattere al fianco di Wasp, mentre la squadra cercherà di far luce su alcuni segreti del passato.

Diretto come il precedente da Peyton Reed (su sceneggiatura di Chris McKenna, Erik Sommers, Andrew Barrer, Gabriel Ferrari e Paul Rudd), il ventesimo film del MCU dimostra come la macchina produttiva e artistica fili quasi in autonomia. E come, piaccia o non piaccia, queste genere di film sia in grado di calamitare un pubblico molto ampio, che da va dagli adolescenti (che probabilmente non hanno mai letto un fumetto) ai cinquantenni (quelli che sui fumetti della Marvel somo cresciuti). Per non parlare del multiforme universo nerd, pronto ad analizzare, criticare, detestare, amare etc questa nuova produzione Marvel/Disney.

Ora più che mai al cinema funzionano, in termini di botteghino, le saghe, i cicli: 007, Mission: Impossibile, Star Wars, i cinecomic Marvel (meno quelli DC/Warner). Non a caso Amazon ha messo in cantiere Il signore degli anelli (cinque stagioni per quella che Hollywood Reporter chiama già la più costosa serie tv di sempre).
Film come narrazioni non auto conclusive, ma come capitoli di una serie (una logica cui si è piegata ormai anche la saga di James Bond), così come sul piccolo schermo (delle tv, dei tablet, degli smartphone) a dominare è la serialità (vedi l’operazione Amazon/Tolkien che arriva a vent’anni circa dall’impresa puramente cinematografica di Peter Jackson).
La Universal ha provato a cavalcare l’onda attingendo al suo archivio di mostri, ma dopo il brutto La mummia il progetto Dark Universe sembra tornato nell’avello.
Tornando ad Ant-Man and the Wasp bisogna dire che segue la logica dei sequel: personaggi principali che ritornano, personaggi nuovi che si aggiungono, tracce narrative che si chiudono e altre che si aprono. Il tutto con professionalità e una discreta dose di ironia (non grassoccia come in Thor: Ragnarok). Il Sonny Burch di Walton Goggins è un cattivo poco convincente. Come sempre, non perdete le sequenze dopo i titoli di coda.

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