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7 Dicembre 2019

La commozione di Don’t Worry


Don’t Worry, John Callahan. Dopo un grave incidente automobilistico, John cerca con tutte le sue forze di guarire dall’alcolismo attraverso il potere curativo dell’arte. Nonostante le gravi ferite alle mani, inizia a disegnare divertenti e controverse vignette satiriche, che gli procurano moltissimi ammiratori in tutto il mondo e gli regalano una nuova speranza nella vita.
Biografia di un disegnatore controverso e iconoclasta? Storia di caduta, ascesa e riscatto dall’inferno dell’alcool e dell’autodistruzione al paradiso dell’arte e dell’amore? Per fortuna, nelle mani di Gus Van Sant Don’t Worry non è nulla di tutto questo. Sceneggiando il libro dello stesso Callahan (in Italia pubblicato da Garzanti), Van Sant ci restituisce il ritratto a tutto tondo, luci e ombre, tagliente e scorretto come probabilmente sarebbe piaciuto al soggetto, di un uomo. Non di un uomo su una sedia a rotelle. Non di un handicappato (usiamolo, questo termine così politicamente scorretto).

Non scorre acqua di rose, semmai alcool, in questa storia. Non c’è agiografia. Van Sant e Joaquin Phoenix (Callaghan) non hanno paura di essere sgradevoli, commoventi (nel senso etimologico di muovere alla commozione, non di “preparate i fazzoletti”), urticanti, compassionevoli.
Phoenix è bravo nel rendere il percorso umano e artistico, una redenzione laica e religiosa (ma non confessionale) al tempo stesso, spalleggiato da Rooney Mara fisioterapista, complice, compagna. Ma la nota di merito va al trasformista Jonah Hill e al suo Donnie: un guru oblomoviano dell’anti-alcolismo, dalle pose da aspirante figlio dei fiori sbocciato fuori epoca che alterna spiritualismo a mantra quasi banali (“Drink water”).
Speriamo che questo film riesca a raccogliere la giusta attenzione che merita da parte del pubblico.

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