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22 Febbraio 2019

Il corriere di Clint Eastwood ultimo cowboy


Earl Stone (Clint Eastwood) a quasi 90 anni si ritrova al verde, solo e con la sua impressa pignorata per debiti. Quasi caso gli viene offerto di diventare un corriere: deve semplicemente guidare la sua auto da una città all’altra. Così Earl diventa un corriere della droga per un cartello messicano, un “mulo” come lo chiamano in gergo.
Svolge bene il suo nuovo lavoro, talmente bene che il suo carico aumenta a ogni viaggio e gli viene assegnato un responsabile. Ma questo non è l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo ‘corriere’ della droga è finito anche nel mirino dell’agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper).
Stone non è mai stata una brava persona. Ossessionato dal suo lavoro di coltivatore e venditore di fiori, ha trascurato la famiglia, probabilmente tradendo anche la moglie. Internet ha distrutto il suo business e quando comincia a guadagnare investe i soldi per fare beneficenza e cercare di riconquistare l’affetto della sua famiglia perduta.
Nel corso della sua carriera Clint Eastwood ha quasi sempre, all’inizio per caso poi sempre più per scelta, interpretato personaggi ambigui, moralmente opachi, a cavallo della linea che divide il bene dal male. Dai western di Sergio Leone all’ispettore Callaghan non ha mai dato vita a un eroe a tutto tondo, senza macchia e senza paura. Tutto il contrario.
L’Earl Stone de Il corriere-The Mule (scritto da Nick Schenk) potrebbe essere amico e commilitone del Walt Kowalski di Gran Torino: reduce della guerra di Corea, razzista, gran lavoratore, cinico e disincantato, ma pronto al sacrificio e al riscatto.
Con una ammirevole sobrietà, sia registica sia interpretativa, Eastwood traccia il ritratto di un uomo che a un certo punto della sua vita sceglie il male per fare il bene. Eastwood non assolve il suo personaggio, come detto ne mostra le sgradevolezze e gli errori, eppure non si riesce non parteggiare per questo ultimo cowboy moderno fedele a un suo paradossale codice d’onore.
Earl Stone potrebbe dire, con Borges, “che il Cielo esista, anche se il mio posto è l’Inferno”.

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