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18 luglio 2018

Capitolo 2

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Toc! Toc! To-toc! Toc! Non avevo potuto riavvitare il tappo della benzina e ora quell’aggeggio sbatteva contro la lamiera comunicando in un linguaggio Morse di sua invenzione. Il motore della macchina rombava come non gli avevo mai sentito fare. Quella donna copriva distanze che io avrei percorso in almeno mezz’ora in dieci minuti, attraversando ogni incrocio come il semaforo fosse sempre verde e la precedenza un suo diritto acquisito.
Toc! Toc! Tooooc! Toc!
Via Antonini, viale Ortles, viale Brenta… Le vie erano un film proiettato a velocità doppia, anzi tripla, per colonna sonora lo stridio degli pneumatici sull’asfalto e il rimbalzare del tappo.
Mentre mi reggevo alla maniglia sopra allo sportello, cercai di capire cosa stesse succedendo e mi schiarii la gola per attirare l’attenzione. «Non ho capito come si chiama…».
Toc! Toc! Toc!
Via Bacchiglione. Alla rotonda di piazzale Bologna la mia macchina quasi si scontrò con un’altra, ma il tutto si risolse in un reciproco scambio di colpi di clacson.
«Perché non te l’ho detto».
Pur impallidito, riprovai a costruire un dialogo. «Già… Il mio nome è Reali, Ruggero Reali, ma tutti mi chiamano Roger».
«Piacere di conoscerti, Ruggero Reali che tutti chiamano Roger».
«Il piacere è tutto mio, signorina…».
Toc! Toc! Toc! Sarebbe stato più facile conversare con quel pezzo di plastica ballonzolante, ma non mi persi d’animo e tornai alla carica. «Posso sapere dove stiamo andando?».
«In un posto sicuro».
«E conta di farci arrivare lì interi?».
Toc! Toc! Toc!
Viale Puglie o forse viale Molise, ormai le strade si erano fuse in un unico rettilineo, un pastone di asfalto, luci, nebbia e cemento che si srotolava davanti a noi.
Lei staccò il viso dalla strada e finalmente mi fissò. «Sei spiritoso, Ruggero Reali. Roger. Bravo, vuol dire che recuperi in fretta. Un altro al posto tuo sarebbe ancora sotto shock. O se la sarebbe…».
Le sue parole furono interrotte da un altro incidente scongiurato per un pelo e da un reciproco cannoneggiamento a base di bordate sonore.
Lo scampato pericolo mi diede nuova linfa. «Senta, le dispiacerebbe dirmi chi è lei, cosa sta succedendo, dove stiamo andando… Insomma, mi ha praticamente rapito!».
«No». Secca, senza neanche il punto esclamativo.
Toc! Toc! To-toc! Toc!
Avrei voluto ucciderli entrambi, Miss Formula 1 e il tappo. «No… No cosa?».
«Non ti ho rapito, ti ho salvato la vita. Quanto al resto, te lo dirò quando saremo arrivati a destinazione».
«A Linate?».
«Cosa c’entra Linate?». Era perplessa. Che avessi fatto centro? «Grazie al suo ‘Tour della periferia Est in 60 secondi’ siamo in viale Forlanini. Questa è la strada che porta a Linate. Gli svincoli per le autostrade li abbiamo già superati».
«Ottimo. Non sembra, ma osservi tutto».
«Grazie dell’apprezzamento, ma vogliamo tornare al punto? Lei continua a eludere le mie domande».
«Lei continua a eludere le mie domande…» Ripeté le mie ultime parole con tono pomposo. «Ma come parli? Sembri un libro stampato».
Mi tolsi gli occhiali e cominciai quasi a balbettare. Quella donna mi stava davvero facendo imbufalire.
Toc… toc… toc…to…
Anche la macchina cominciò a balbettare, perdere colpi, rallentare e “Vesper” accostò, un momento prima che si spegnesse del tutto.
«Finita benzina» dissi, con un tono da ripicca infantile. Finalmente quel tappo maledetto aveva finito di perforarmi i nervi e forse io avrei cominciato a capirci qualcosa.
«Finita?!». Aveva perso il suo aplomb e cominciava a inquietarsi.
Borbottai. «Stavo per farla quando ho trovato quell’uomo… quello che ho soccorso al distributore. Poi è arrivata lei, poi i tre tizi… Poi lei ha fatto decollare la macchina. Peccato fosse in riserva da un pezzo».
«Maledizione!». Picchiò le mani contro il volante. Scese e sbatté la portiera con violenza.
Scesi anch’io, deciso a farmi valere. «Anche se non è sua, la tratti con rispetto».
«Cosa?». Si girò con un’espressione infuriata che annacquò il mio coraggio. «La macchina… Non è il caso di sbatacchiare la portiera a quel modo».
Si passò le mani sul viso, sospirò. «Ti chiedo scusa e chiedo scusa anche alla tua macchina. Contento?»
«Va bene, va bene. Ora si calmi. Siamo un po’ scossi. È notte, siamo fermi senza benzina. È normale un po’ di agitazione, soprattutto dopo…».
«Ma tu non stai mai zitto?!».
Adesso però la misura era colma. «Senti bellezza, hai pestato il piede sbagliato. Finora ho cercato di stare calmo, ma ora mi sono proprio rotto… Chiamo la polizia e poi te la vedrai con loro».
Misi la mano in tasca, fingendo di cercare il telefonino. In lontananza vedevo le luci dell’aeroporto, ma era troppo lontano per arrivarci prima che lei mi bloccasse e anche correndo non potevo essere sicuro di seminarla. Cercando di non darlo a vedere, mi allontanavo dalla macchina, puntando verso il campo dell’Aeronautica Militare alla mia destra e sperando passasse qualcuno.
In risposta alle mie preghiere, a un centinaio di metri da noi comparvero dei fari. Un furgoncino stava venendo nella nostra direzione a una velocità più alta del consentito.
Cominciai a correre, agitando le braccia e quasi urlando. Il camioncino mi sfiorò per poi inchiodare sull’asfalto. Ne scesero tre uomini. Gli stessi del distributore.
Con la coda dell’occhio mi era parso che alla comparsa del furgoncino la pazza fosse sgusciata via, verso i campi. Gli uomini si divisero: due le corsero dietro, uno piombò su di me.
«Salve, bella serata vero…» L’uomo mi colpì con uno storditore elettrico. Calò l’oblio.

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