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20 ottobre 2018

Capitolo 4

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Ora che ero di nuovo in territori conosciuti e avevo deciso la nuova rotta mi sentivo più a mio agio. Era semplice: avrei percorso viale Testi, poi viale Zara, poi all’angolo con viale Marche, dove una volta c’era una concessionaria Bmw e ora una sala Bingo, avrei svoltato sulla circonvallazione. Un tragitto che in passato avevo fatto decine di volte.
Ero tutto diverso, ero angosciato. Arrivare troppo tardi; non trovare nulla; trovare, ma arrivare troppo tardi… La ragazza muore e tu con lei… E poi c’era la nebbia, che fagocitava ogni cosa. La “ragazza” l’aveva bucata guidando la mia macchina a rotta di collo dal distributore al luogo del rapimento, mentre ora mi sembrava di essere sempre incapsulato.
Finalmente in fondo a viale Certosa mi comparve davanti la facciata del “Cimiero”, il Cimitero Maggiore. Lo costeggiai lungo via Gallarate. Il piano che avevo elaborato strada facendo era abbastanza semplice: posteggiare; entrare, in qualche modo; cercare il campo 43; trovare la tomba numero 12 e poi… «Un passo alla volta».
Procedendo a passo d’uomo vidi qualcosa che faceva al caso mio: un cancello di ferro, altezza abbordabile, in cima nessuna traccia di filo spinato o altri ostacoli. Proseguii fino a una rotonda e tornai indietro percorrendo la corsia inversa.
Mi fermai nel parcheggio di un Lidl e incastrai la mia tra altre due macchine. Il posteggio era semivuoto, ma non volevo lasciare l’auto troppo in vista. Da lì, aguzzando la vista, studiai di nuovo la porta d’ingresso.
Il cancello non aveva lampeggianti o sistemi d’allarme ed era racchiuso, a sinistra e a destra, dal muro di cinta. A breve distanza, due lampioni, quasi soffocati dalla nebbia né abbastanza vicini da illuminare in pieno il punto X né così distanti da renderlo indistinto. Probabilmente il cancello dava su un cortiletto interno, dominato da due tozzi palazzetti grigiastri.
Sempre senza scendere dall’auto, continuai a studiare il terreno. Dietro di me, il supermercato; alla mia destra, una cascina; a sinistra, ancora area parcheggio; alle spalle del Lidl, palazzoni con sparute luci accese qua e là lungo la facciata.
Scesi dall’auto e iniziai lo spogliarello: volevo muovermi il più leggero possibile, quindi via il cappotto, che mi avrebbe ostacolato nello scavallo. Il mio maglione rosso sembrava un faro nella nebbia, ma non c’era tempo per cambiarsi. Scorsi nel bidone della spazzatura una tuta scura. L’idea mi faceva abbastanza schifo, ma non c’erano alternative e dopo averla ripescata indossai la felpa, la quale peraltro s’intonava al blu del mio cappellino di lana. Infine, la torcia che portavo sempre con me in macchina.
Stavo per nascondere cappotto e maglione nel bagagliaio quando sentii qualcosa vibrare nella tasca del cappotto e poi un suono. Sussultai. Era una melodia che mi suonava famigliare, anche se in quel momento non riuscivo a identificarla.
«Ma porca… Chi mi chiama a quest’ora? E proprio adesso…». Un lampo: il mio cellulare era a casa, quello che continuava a suonare apparteneva ad Arkady.
M’ingobbii dietro la macchina e abbassando la voce risposi: «Pronto?».
«Professore!». La voce di Arkady risuonò nell’apparecchio e, avrei giurato, fino in piazza Duomo.
Soffocai un’imprecazione e m’imposi di star calmo: «Sono vicino alla meta e …».
«Chi se ne fotte!». Sempre quella voce tonante. Cosa non avrei dato per soffocarla. «Sono qui con i ragazzi e stavamo discutendo di una cosa. E io ho detto: Chiediamo al professore! Lui è uno che ha studiato, sicuramente la sa».
Sapevo che ripetergli che non ero professore sarebbe stato fiato sprecato… «Mi dica».
«Bravo, mi piace quando fai così. Veniamo a noi. Le amazzoni. Tu conosci le amazzoni vero? Dunque, le amazzoni, secondo la leggenda, si tagliavano un seno per combattere meglio. Vero?».
Sussurrai: «Sì, mi sembra di sì, per impugnare meglio l’arco. O la spada… Ora non ricordo bene. Ma questo cosa c’entra?». Ero sconcertato: una specie di mafioso che discettava di mitologia greca con i suoi tirapiedi. Era uno scherzo o un messaggio in codice?
«Appunto! Che tetta si tagliavano? La destra o la sinistra?».
Cercai rapidamente di far mente locale. Se si usa la destra per tirare con l’arco, la corda tocca il seno destro. Feci anche le prove con un arco immaginario. «Il seno destro, a meno che…».
«Grande, professore! Allora sai cosa faccio?».
Invece di completare la mia frase con «… non fossero mancine» inghiottii la saliva nervosamente: «Non saprei».
Il tono ora era freddo come una lama. «Taglio la tetta destra della tua amazzone».
«Sta scherzando?». Avrei voluto urlare.
«No».
Stringevo il cellulare mentre un’ondata di disperazione mi sommergeva. «Non può farlo! Non erano questi gli accordi!».
«Ma quali accordi… Tu non decidi un’emerita minchia, professore. Portami il foglio e riavrai la tua amichetta. A proposito, ti abbiamo lasciato un ricordino in macchina. Un souvenir. Guarda un po’ nel portaoggetti. Auf Wiedersehen».
Un ricordino. Un souvenir… Aprii subito la portiera dal lato passeggero, m’incuneai dentro la macchina e tirai giù lo sportellino del vano. Era lì, un sacchettino di plastica, piccolo, nero.
L’apertura della portiera aveva fatto scattare la lucetta interna, per cui prima di tutto dovetti chiudere la macchina. Mi sedetti spalle alla portiera e tastai il sacchetto: c’era qualcosa dentro, un oggetto lungo e stretto.
«Non è quello che penso. Non è quello che penso» … me lo ripetevo mentre in maniera convulsa aprivo il sacchetto, chiuso in cima da un filetto bianco. Le dita mi tremavano e ci misi un po’ ad aprirlo. Sbirciai dentro: la forma era di quello che pensavo. Feci scivolare fuori l’oggetto, che per l’agitazione cadde a terra, sull’asfalto. Un dito, l’indice. Tagliato di netto, c’era ancora il sangue raggrumato in fondo, dove la carne era stata recisa.
Quando era successo? Quando l’avevano portata via? Non aveva urlato, forse l’avevano stordita o imbavagliata.
Raccolsi il dito. Magari potevo metterlo sotto ghiaccio, magari i tessuti si potevano salvare, magari i dottori potevano riattaccarglielo… Però era strano. Quel dito era strano. Con riluttanza, lo tastai e capii: non era pelle. Era plastica. «Ma porca…». Uno scherzo, un finto dito tagliato di quelli che si comprano nei negozi a Carnevale. Mi afflosciai come un pupazzo sgonfio.
«Ciccione, grandissimo bastardo figlio di puttana…». Mi rialzai, presi con ribrezzo il “dito” e lo buttai nella spazzatura. Avrei voluto prendere la testa di quel bastardo e sbatterla contro il muro fino a ridurla in poltiglia. Mi imposi di calmarmi, respirare a fondo e rendermi conto che Arkady mi aveva fornito, senza volerlo, un’informazione preziosa. Portami il foglio e riavrai la tua amichetta. Quindi era quello il tesoro: un foglio, un pezzo di carta.
Il puzzle aveva un nuovo tassello ed era buono, me l’aveva dato uno che sapeva quale figura finale doveva saltar fuori. Avevo preso in considerazione tante cose: droga, un’arma, una testa umana, un gioiello, una chiavetta USB… Qualcosa che fosse facile da trasportare e da nascondere. «Un foglio… Facile da trasportare, facile da nascondere… Se la mia ipotesi è giusta e il foglio è nascosto nella tomba, il gioco è fatto».

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