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20 settembre 2018

Prologo

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In mare. Ero in mezzo al mare. Su una barca in preda alla tempesta. Ma perché le onde non mi bagnavano? E perché il mare urlava con uno strano accento?
«Sveglia! Svegliati, imbecille!».
Il mare puzzava di alcool.
Aprii gli occhi. Un enorme volto butterato. Apparteneva a un uomo gigantesco chino su di me, che mi riempiva di zaffate alcoliche e strattoni.
Mi costrinsi a parlare, anche per salvarmi dall’alito e dalle mani di quel frigorifero industriale. «Ok, ok. Sono sveglio».
Strizzai gli occhi, un po’ perché senza occhiali e un po’ perché il posto dove mi trovavo era illuminato solo da un neon mezzo rotto, sfrigolante. Non sapevo dov’ero, ma di sicuro non in mezzo al mare.
Un’altra voce. Profonda, baritonale. Proveniva da un uomo annidato nella semioscurità. «Date gli occhiali al professore».
Presi le lenti che qualcuno mi porgeva e, infilandomele, dissi all’uomo nell’ombra: «La ringrazio, ma non sono professore».
«Lo sembri».
«Il mio nome è…»
L’uomo si fece avanti e agitò la mano come stesse scacciando una mosca. «I nomi sono per le pietre tombali».
«Dove mi trovo? Lei chi è? Dov’è…» esclamai.
Come si chiamava quella donna? Non ero ancora riuscito a saperlo.
«È già l’ora dell’interrogazione?». L’uomo rise e quelli attorno a lui lo imitarono dopo un secondo. Era il capobranco.
Mi sentivo ridicolo lì seduto per terra e feci per rialzarmi. Lei si materializzò per aiutarmi.
Capobranco si accese una sigaretta con un fiammifero. «Sì, professore». Si era accorto che lo stavo fissando. «Uso i fiammiferi, non gli accendini. E sai perché?».
Accennai un’ipotesi, trascinato mio malgrado in quella discussione. «Non saprei. Forse perché non si fida degli accendini?».
Mi rispose con una risata rauca, compiaciuta. «Magari più tardi faremo un gioco, noi due, il gioco dell’accendino. Anyway, mi piacciono i fiammiferi perché ci fai un sacco di cose. Per esempio, lega un fiammifero alle dita dei piedi di un uomo, o di una donna, e poi dai fuoco. Fanno tutto loro, i miei piccoli amici con la capocchia rossa. Io devo solo godermi lo spettacolo. Vous comprenez?».
Deglutii. Non mi era piaciuto quel discorso.
«Voi due avete qualcosa che mi appartiene e lo rivoglio. Ora». L’uomo dei fiammiferi aveva cambiato registro: il tono simpatico era scomparso.
«Andiamo, Arkady, sai bene che non ce l’abbiamo». Lei era finalmente uscita dal silenzio. «Ci avete perquisito e non avete trovato niente».
L’uomo mi piantò gli occhi addosso. «E tu, professore, che mi dici? Hai sentito l’amazzone?».
Mi misi le mani in tasca, poi le tirai fuori. Non sapevo come comportarmi o cosa rispondere. Cercai di smarcarmi. «Veramente io non ho la minima idea di cosa stiate parlando. Stavo facendo benzina quando sono stato rapito prima da… questa donna e poi da voi. Ma se ci lasciate andare, riterrò chiuso l’incidente e …».
Risero tutti. Un riso crudele.
«Non capisco cosa ci sia da ridere». Volevo fare l’offeso, ma ero sempre più preoccupato.
Solo lei, “l’amazzone”, manteneva il suo atteggiamento da predatrice. Una pantera in gabbia cui i cacciatori non osavano avvicinarsi.
L’uomo, Arkady, assunse un’aria condiscendente. «Sei divertente, professore. Sul serio. Dirò all’Arcangelo di trattarti bene».
Evocato, un uomo gigantesco uscì da un cono d’ombra e si mise alla sinistra del capo. Per quel che potevo distinguere, aveva i capelli rasati a zero e una mole maggiore di quella dei suoi compagni.
Arkady alzò il braccio e batté la mano sulla spalla destra del nuovo arrivato, come un padre orgoglioso di presentare il proprio figlio a dei nuovi conoscenti. «Sai perché lo chiamiamo Arcangelo, professore?».
Abbozzai un «Difficile dirlo. Non mi sembra abbia la faccia d’angelo».
Una risata e uno sbuffo di fumo. «Lo chiamiamo così perché il suo nome di battesimo è Mihai, Michele, come l’Arcangelo. Lui viene dalla Romania. Suo padre era un agente della Securitate e gli ha insegnato un sacco di cose. Soprattutto il modo migliore per far parlare le persone».
Arkady, Mihai, arcangeli della Romania… Stavo facendo benzina e ora mi trovavo sbalzato in un universo parallelo. O era solo un incubo?
«Dopo che sono passati per le sue mani ti raccontano tutto, qualsiasi cosa tu voglia sentire, anche che gli asini volano e che la terra è piatta. Mihai, poco angelo e molto demone». Intanto Arkady aveva concluso il suo discorsetto con un sospiro melodrammatico. E mentre paparino ne tesseva le lodi, Mihai mi squadrava con l’occhio del macellaio che valuta dove affondare il coltello.
Io non sapevo nulla. E quando si fossero accorti che era così, sarebbe stato troppo tardi. La paura mi spinse a tentare una mossa assurda. Prima che Arkady aprisse ancora bocca, mi lanciai. «Non credo ci sarà bisogno di lui. Senza offesa, ma…».
Arkady si avvicinò. Il suo metro e novanta per qualcosa come 140 chili sembrava oscurare la già scarsa luce. Quell’uomo emanava oscurità. Si piazzò a pochi centimetri da me e mi fissò negli occhi.
Ressi il suo sguardo. Mi sembrava che mi stesse scandagliando in profondità. Una sfida. Non saprei dire quanto durò quel duello.
«Ti ascolto, professore». Alla fine era stato lui a parlare per primo. Avevo vinto al gioco del silenzio.
«Grazie, signor Arkady». Mi sforzai di pronunciare le parole con calma, scandendole bene. Ero svuotato, quasi avessi corso una maratona, ma non potevo permettermi di rilassarmi. «Io so dov’è quello di cui parliamo, la mia… collega no. È vero, prima le ho mentito e me ne scuso, ma ora le propongo uno scambio. Un gentlemen’s agreement».
Con la coda dell’occhio, vidi che la “collega” mi rivolgeva un muto, eloquente: messaggio: «Sei impazzito?». Avrei voluto stringermi nelle spalle, ma non potevo perdere la concentrazione. Arkady continuava a fissarmi.
Senza quasi prendere fiato, proseguii. «La mia proposta è molto semplice: io andrò a recuperare… l’oggetto. La collega resterà qui, in ostaggio. Quando tornerò, ce ne andremo sani e salvi. Uno scambio. Mi sembra una proposta equa». Non potei fare a meno di ammiccare.
Distolse lo sguardo e si girò lentamente. Giochicchiava con la scatola dei fiammiferi. «Sei un giocatore. Mi piaci, professore». La sua voce sgorgò all’improvviso, senza neanche girarsi.
Guardò il massiccio orologio al polso. «L’una. Due ore. Per andare, recuperare quello che devi e farti trovare dove ti dirò».
Non parlare troppo, mi dissi, ne hai già dette fin troppe. «Intesi».
«Se parli con qualcuno, la ragazza muore. Se vai alla polizia, la ragazza muore. Se torni a mani vuote…»
«… la ragazza muore». Volevo dimostrare di aver capito l’antifona.
Bastò uno sguardo a rimettermi in riga. «… e tu con lei. Soffrendo. Rimpiangerete di essere nati. Tutto chiaro?».
«Solo una cosa, anzi due. Quale sarà il punto d’incontro? E come facciamo a tenerci in contatto?».
«Avrai un telefonino. Se chiami qualcun altro oltre me…».
Mi voltai verso la donna. Avrei voluto chiederle cosa dovevo cercare e dove. Invece potei solo lanciarle un’occhiata che voleva essere rassicurante. Lei me ne restituì una che trasudava sfiducia.
La trascinarono via senza che opponesse resistenza. Mi girai verso Arkady. «Dove la portate?».
Mi rispose ridacchiando. «Non t’angosciare, professore. Pensa a quello che devi fare. Lei starà benissimo qui, con noi».
Il suo ghigno era tutto tranne che rassicurante, ma non ero certo nella posizione di fare obiezioni e poi c’era un altro problema. «E per andarmene da qui?».
Si allontanò nelle stesse tenebre che avevano inghiottito la donna. Già stufo, come un bambino capriccioso che vuole subito un altro giocattolo. Tanto per farmi contento, buttò lì un «La tua macchina ti aspetta. Dategli la chiave».
Uno dei suoi me la lanciò. La parabola fu troppo corta e la chiave finì per terra, davanti a me. Avrei giurato l’avesse fatto apposta, per costringermi a chinarmi. E io mi chinai.

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