Vai a…

Showbiznews

Raccontare il business dello showbusiness

Showbiznews on YouTubeShowbiznews on PinterestRSS Feed

23 gennaio 2018

In una notte di nebbia – Thriller a puntate di Max Friedmon – Prima parte – Capitolo 3


Spread the love

Un uomo comune, per una serie di sfortunati eventi, si ritrova coinvolto nella caccia a un oggetto misterioso. I buoni, compresa la sua inaspettata, misteriosa e fascinosa compagna di avventure, e i cattivi, guidati da un sadico individuo, sembrano scambiarsi di continuo i ruoli. Perché alle volte le cose sono come sembrano, alle volte no.

Imboccai una stradina sterrata fuori dal covo di Arkady. Fino a quel momento ero stato rapito, stordito, minacciato di morte. E i miei guai erano appena all’inizio.
Il cervello mulinava e l’adrenalina fluiva… La verità era che non avevo la minima idea di cosa avrei dovuto scovare entro le prossime due ore.
La banda di Arkady mi aveva fatto il favore di portare con sé la mia auto e di farmela trovare con il pieno. Cosa cui né io né lei eravamo abituati. Ora lei si muoveva in un gomitolo di strade sconosciute e io ero nella stessa situazione.
Per distrarmi, schiacciai il tasto dell’autoradio. La Bourrée di Bach cedette il passo, dopo qualche istante di silenzio, a una voce femminile che scandì professionale: «Cimiero. 43. 12. Nascosto. Minore».
Sbuffai. «E che? È già diventato un tormentone?».
«Dovresti concentrarti sull’importante, Roger». La radio. La voce di prima.
Sobbalzai. «E tu chi… piffero sei? Come sai il mio nome?».
«Continui a perdere di vista l’importante. Cos’è essenziale ora?».
«Be’, trovare qualcosa che non so e salvare la donna. E anche me, già che ci siamo. Ah già, mettiamoci dentro pure la mia salute mentale, visto che sto parlando con una emittente radiofonica».
Svoltai a destra, poi a sinistra. Mi ritrovai quasi sulle rotaie di una tram. Ero a Milano? Palazzi, strade, nomi delle vie non mi dicevano niente.
«Una emittente radiofonica… è vero che parli come un libro stampato» e poi di nuovo la tiritera. «Cimiero. 43. 12. Nascosto. Minore».
Quasi strillai. «La smetti? E poi tu non esisti».
«Forse io non esisto, ma di sicuro Arkady esiste e mantiene quello che minaccia» ribatté, con tutta calma.
«Così non mi aiuti. Cosa credi? Continuo a far ruotare quei cinque pezzi come un cubo di Rubik cercando la combinazione giusta, ma è un rebus senza senso».
Un sottopasso, poi un paio di altre svolte fatte a casaccio. Sbucai su un piazzale, anzi un grande parcheggio deserto.
«Davvero hai percorso ogni strada? Il tuo nome per esempio: è Ruggero o Roger?».
Sbuffai. «Il mio nome è…» e mi bloccai. I nomi sono per le pietre tombali. Era come uno sfarfallio, un debole bagliore nelle nebbia mentale. «Distinto signore è morto».
«L’ha detto anche la donna misteriosa» disse la speaker. Era urticante e fui tentato di spegnere l’apparecchio, ma decisi di continuare quel dialogo assurdo. Anzi, la coinvolsi. «Un uomo senza nome. Finirà in una tomba senza nome?».
«Perché me lo chiedi?».
«Mi viene in mente un film, visto tanto tempo fa. Un killer professionista era stato incaricato di sparare al generale De Gaulle, ma finiva ucciso un attimo prima di portare a termine l’incarico. Il killer si nascondeva dietro una sequela di nomi falsi e la sua vera identità rimaneva un mistero. Nel finale, il cadavere del killer era sepolto in un cimitero di Parigi in una tomba anonima. Senza nome. Capisci?».
«Non vedo il collegamento con la tua situazione, Roger».
Esplosi. «Fottiti! Scusa sai, ma non mi sei per niente d’aiuto».
«Nessun problema». Ridacchiò. «Dove finiva il killer del film?».
«Te l’ho detto, al cimitero. Ci-mi-te-ro. Dura d’orecchi? Aspetta, mi viene in mente una cosa». Di nuovo quello sfarfallio, quel bagliore.
«Cosa, sapientone?».
Alzi l’indice destro e lo puntai contro l’autoradio, per sottolineare meglio il discorso. «Ci-mi-te-ro. Ci-mi-e-ro. Se uno sta morendo non sta tanto lì a scandire bene le parole, anzi».
«Quindi quell’uomo non voleva dire cimiero, ma cimitero?».
Il tappo del carburante, la sosia di Eva Green, ora la speaker supponente… Quella notte a quanto pare tutti facevano a gara a farmi perdere la pazienza. «Senti, il tizio morendo aveva messo le mani sul petto. Uguale a Dracula nei film di vampiri. La posa del morto nella bara. E le bare stanno al cimitero. Voleva dirmi quello».
«E che mi dici di minore, 43, 12? Che c’entrano con i camposanti?».
«Secondo me cimitero minore…» ma lei mi sbeffeggiò «Sonata in cimitero minore opera 43 numero 12. Al chiar di luna».
Ignorai l’interruzione. «Quell’uomo mi ha dato un’indicazione. Sbagliata, volutamente». Le spiegai che secondo me quell’uomo aveva detto “minore”, ma voleva in realtà depistarmi: “maggiore” era la parola giusta. «A Milano non esiste un cimitero minore, ma il Cimitero Maggiore sì» conclusi con tono saccente.
«Esiste anche l’ordine dei frati minori, sono francescani». Chiunque fosse, quella donna era decisa a non lasciarsi scavalcare.
Alla mia sinistra una specie di enorme magazzino con in cima una scritta dorata: METRO.
Mentre fissavo l’insegna, la rimbrottai: «Non provare a depistarmi anche tu».
Un’altra risatina e poi «E i numeri? 43 e 12? Come s’inquadrano nella tua ipotesi?».
Mi concessi un sorriso di trionfo. «Campo numero 43, tomba numero 12. Il tesoro è lì».
«È un’ipotesi strampalata, Roger».
«È l’unica che ho. Hai visto l’ora? O punto su quella oppure non ho altre caselle su cui piazzare le mie fiche. Comunque, come hai detto che ti chiami?».
Fermai l’auto nel parcheggio del magazzino. La vettura borbottava in folle.
«Ah, ah, ah, questa è buona, or lasciala cercar; che bella notte! È più chiara del giorno, sembra fatta per gir a zonzo a caccia di ragazze». Ora in radio c’era una voce maschile che cantava.
«Il Don Giovanni? Mozart? Ma che radio è? Questa poi la conosco pur troppo… È quando Don Giovanni si trova nel cimitero al cospetto della statua del Commendatore». Già, al cimitero. Che qualcuno volesse darmi una conferma manipolando la mia autoradio? Ma chi? Se non stavo sognando, stavo diventando pazzo.
Don Giovanni e Leporello continuavano a duettare e io strinsi il volante. «Il dado è tratto». Sarei andato al cimitero a cercare l’oggetto misterioso. Ma a quell’ora era chiuso e difficilmente qualcuno mi avrebbe fatto il favore di aprirlo, magari aiutandomi pure nella ricerca.
Dovevo cavarmela da solo. In fin dei conti, di che si trattava? Penetrare in un cimitero, trovare una tomba, scassinarla e filarmela con il tesoro. Mi rivolsi al seduttore e al suo servo. «Secondo voi quanto danno a chi entra di notte nei cimiteri?». Non mi risposero.
Guardai a sinistra. A due passi da me scorreva un fiume di cemento. Mi ricordai di quando lavoravo lì vicino e spesso lasciavo la macchina in quello stesso parcheggio. Quel “fiume” era viale Fulvio Testi, quindi ero a Cinisello Balsamo, nell’hinterland di Milano.
Dopo averci stordito e rapito, gli uomini di Arkady dovevano averci caricato sul furgoncino e portati alla tana. Tutto sommato a fermarci in quel punto gli avevamo fatto un favore: da Linate a Cinisello non era più di mezz’ora, senza traffico. «Davvero un favore, praticamente serviti su un piatto d’argento» mormorai.
Ma a quello ci avrei pensato dopo. Avevo bisogno di silenzio per concentrarmi. Allungai la mano per spegnere la radio e scoprii di non averla mai accesa.
Print Friendly, PDF & Email

Tags: , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi