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7 Dicembre 2019

L’inganno perfetto e l’intelligenza del gioco


L’inganno perfetto è quello che l’esperto truffatore Roy Courtnay (Ian McKellen) crede di essere riuscito a orchestrare ai danni della ricca vedova Betty McLeish (Helen Mirren). Ma quella che doveva essere una della sue tante truffe si rivela più complicata del previsto.
Parte come il film di truffa (da La stangata ad American Hustle e così via) per diventare via sempre più cupo e angoscioso, L’inganno perfetto, ma Bill Condon (su una sceneggiatura di Jeffrey Harcher tratta da un romanzo di Nicholas Searle) ha cura di disseminare il percorso di indizi sempre più evidenti per dimostrare che nulla è come sembra. Qualche spettatore più abituato al genere o smaliziato capirà l’intrigo abbastanza presto, altri saranno colti di sorpresa dalla rivelazione finale, ma in ogni caso non è questo il nocciolo del film.

Nel bellissimo Demoni e dei (da recuperare, per chi non l’avesse mai visto) a Condon non interessava portare avanti la finzione a tutti i costi. In quel film la realtà dei mostri Universal si rivelava fragile, trucchi e cartapesta, rispetto alla realtà molto più drammatica e sanguinosa, tragicamente vera, delle trincee della prima guerra mondiale.
In maniera analoga, nell’Inganno perfetto la macchinazione messa in piedi da Roy e dal suo socio rivela, per volontà del regista, la sua natura illusoria fin dall’inizio. Questo film non è un whodunit, un giallo classico deduttivo alla Agatha Christie e dintorni in cui solo alla fine al pubblico sono servite tutte le carte. E la domanda chiave diventa non “cosa?”, ma “perché?”.
L’inganno perfetto è un film raffinato dal punto di vista intellettuale che rispetta l’intelligenza dello spettatore e ha le sue colonne portanti in due splendidi attori.

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