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18 Ottobre 2019

L’ingenuità di Men in Black: International


Men in Black: International è il quarto film del franchise nato nel 1997. I Men in Black sono ormai ovunque nel mondo ma purtroppo altrettanto si può dire per la feccia dell’universo.
Per garantire la sicurezza dell’umanità, l’agente H (Chris Hemsworth) e la determinata recluta M (Tessa Thompson) lavorano fianco a fianco formando un’accoppiata decisamente improbabile che offre comunque margini di speranza.
Per affrontare una nuova minaccia, una razza aliena capace di assumere l’aspetto di chiunque, compreso quello degli agenti MIB, i due agenti dovranno unire le loro forze in un’avventura in giro per il mondo per salvare l’agenzia e, in ultimis, anche il mondo.
Men in Black: International è un film ingenuo. Non nel senso di naive, stupido o sprovveduto. È un pop-corn movie che svolge il suo onesto lavoro: 115 minuti di puro intrattenimento fracassone e spiritoso, non eccelso nella regia (F. Gary Gray) né originale nella sceneggiatura (di Art Marcum e Matt Holloway – alquanto pasticciata).
Perché ingenuo allora? Perché sembra girato e pensato con un altro spirito, appunto più ingenuo, più antico. Dopo dieci anni di saghe Disney/Marvel, Disney/Lucasfilm, Warner/DC Comics il blockbuster ha cambiato pelle: se non ci sono eroi tormentati, problematici, che si rispecchiano nei loro avversari etc etc sembra che il film non si abbia da fare. Con parziali eccezioni come Aquaman e Wonder Woman. Anche 007 da tempo non è pià scanzonato e divertente come un tempo.
Men in Black: International invece è eroicamente fedele al vecchio mondo, quello dei film ad alto budget e ricchi di effetti speciali che filano veloci verso la conflagrazione finale e l’happy end.
Si nota qualche tentativo di aggiornare il canovaccio – qualche battuta in omaggio al #metoo, personaggi finali più forti di quelli maschili, due protagonisti presi di peso dal Marvel Cinematic Universe, qualche accenno “anti-Trump” più di maniera che di sostanza – ma appare evidente che siano trovate di corto respiro, buttate lì. Ma l’idea di fondo è di non allontanarsi troppo da un edificio narrativo costruito più di vent’anni fa.
Onore al merito alla Sony per non aver tentato il solito reboot, ma il pubblico non pare comunque interessato. Forse è giunto il momento di pensionare i Men in Black.

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