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20 agosto 2018

Nel labirinto di Quello che non so di lei


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Quello che non so di lei ci porta nel mondo di Delphine (Emmanuelle Seigner) una scrittrice di successo. Il suo ultimo romanzo, quello più personale in cui racconta la storia della sua famiglia, è diventato un best-seller mondiale. Scrivendolo si è messa completamente a nudo, al punto da essere accusata di aver strumentalizzato il suo dolore.
Tutti aspettano un suo nuovo romanzo, ma Delphine è paralizzata, ha un blocco creativo.
Un giorno, per caso, incontra Leila (Eva Green), una giovane donna affascinante e misteriosa, comparsa dal nulla, eppure capace con naturalezza di entrare nella sua vita, come amica e confidente.
La presenza di Leila in poco tempo diventa imprescindibile e quella che sembrava essere un’amicizia si trasforma in un rapporto morboso e ambiguo.
Ma chi è davvero Leila? E cosa vuole realmente da Delphine?

Partendo dal romanzo di Delphine De Vigane Da una storia vera (Mondadori), sceneggiato con Olivier Assayas, Roman Polanski mette in scena ancora una volta i suoi fantasmi prediletti: il rapporto morboso che si stabilisce tra un paio di persone in uno spazio, una unità di spazio e tempo quasi assoluta, un clima persecutorio e allucinato.
Un edificio complesso costruito con pochi, semplici elementi, con la sua consumata maestria di chi, a 84 anni, non ha perso né il piacere del racconto labirintico e intrigante né il senso del rispetto dello spettatore. Specialista, fin dai tempi de Il coltello nell’acqua, del teatro della crudeltà, in sinfonie da camera che fanno esplodere la tensione in ambienti ristretti, stavolta Polanski si diverte a citare Misery non deve morire, ad autocitarsi (L’uomo nell’ombra), ma soprattutto ci fa perdere, con nostro grande piacere, nel suo ennesimo labirinto. A farci da Arianna o forse da Minotauro, due attrici perfettamente in ruolo.

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