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18 Ottobre 2019

L’elegia di C’era una volta a… Hollywood


C’era una volta a… Hollywood nel 1969 un attore televisivo in declino, Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), protagonista alla fine degli anni Cinquanta di un telefilm western di successo, e la sua controfigura, come pure miglior amico, Cliff Booth (Brad Pitt). I due stanno cercando di sopravvivere in una Hollywood ormai diventata a loro estranea.
Intanto nella villa accanto a quella di Dalton prendono casa Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie) e la Famiglia Manson allunga la sua ombra malefica sulle colline…
Il “nono film di Quentin Tarantino” (come recita il poster ufficiale) è costruito a imbuto: la gran massa di materiale che si accumula man mano confluisce nel finale, un “grand-guignol à la Tarantino”.
Come nell’Inferno dantesco, il culmine del Male è nella strozzatura finale, un’orgia catartica di sangue, terra, acqua e fuoco da cui si può uscire a riveder le stelle… hollywoodiane. Perché a Hollywood il vero peccato è perdere pubblico e contratti e precipitare di girone in girone, scortati o forse spinti, chissà, da mefistofelici agenti come Marvin Schwarz (Al Pacino).
C’era una volta a… Hollywood è l’8 ½ di Tarantino: l’autore delle Iene rielabora l’ormai stereotipato genere del cinema-nel-cinema e lo trasforma in una struttura a più strati.
Uno strato alleegorico, nascosto, racconta di un regista (Quentin Tarantino) non in crisi, ma che come Don Chisciotte si oppone alla dittatura del digitale e ottiene di rimodellare la Los Angeles del 2019 per trasformarla nella Los Angeles del 1969. Salvo poi prendere il digitale e piegarlo alle sue necessità per incastrare Dalton in un film del 1963 girato veramente…
Un secondo strato (ma ogni strato s’intreccia e s’innerva nell’altro) tratteggia due figure straordinarie: Dalton è un “has been” (come a Hollywood definiscono crudelmente le stelle cadute) che cerca nuova gloria e soldi in Italia nel cinema di genere; Booth è un anti-eroe oscuro (con un passato molto oscuro) che sarebbe piaciuto a Peckinpah o Aldrich, un uomo che cerca di essere un bravo professionista e un bravo amico.
Altro strato, quello in apparenza più facile e scontato: l’elegia per un cinema di genere, di serie B, destinato a sparire, fagocitato dal piccolo schermo. La Manson Family viveva veramente nello Spahn Movie Ranch, dove si giravano in serie western per cinema e tv, ma Tarantino trasforma la notizia in leggenda, in incubo gotico hitcockiano – nella colonna sonora ci sono le musiche che Bernard Herrmann aveva scritto nel 1966 per Il sipario strappato e che Hitchcock aveva rifiutato. E nei panni del proprietario del ranch c’è un’icona del cinema anni Settanta, Bruce Dern (al posto di un’altra icona, Burt Reynolds, morto prima di poter girare).
È un addio ai film da oratorio, in Italia, e da drive-in, tipo Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm che Sharon Tate va a vedere in sala dopo aver acquistato in una libreria d’antan, in cui accarezza un falcone maltese, una copia di Tess dei d’Uberville per il marito… cinema nel cinema, citazioni di film e di vita reale e incastri in un mosaico travolgente, inquietante, affascinante e struggente.

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