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23 gennaio 2018

In una notte di nebbia – Thriller a puntate di Max Friedmon – Prima parte – Capitolo 1


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Un uomo comune, per una serie di sfortunati eventi, si ritrova coinvolto nella caccia a un oggetto misterioso. I buoni, compresa la sua inaspettata, misteriosa e fascinosa compagna di avventure, e i cattivi, guidati da un sadico individuo, sembrano scambiarsi di continuo i ruoli. Perché alle volte le cose sono come sembrano, alle volte no.

Era passata da poco la mezzanotte quando fermai la macchina al distributore di viale Cermenate. Da giorni la città era avvolta da una cappa di nebbia che soprattutto con l’oscurità rendeva difficile circolare.
A me quella nebbia piaceva, rendeva la città più silenziosa, quasi spettrale. Mi ci trovavo bene perché anch’io in quel periodo mi trovavo in una specie di limbo.
La spia del carburante stazionava da un po’ nella zona rossa, da un po’ troppo. Avrei fatto a meno di quella spesa, ma non volevo rischiare di rimanere a piedi e di dover scarpinare, andata e ritorno, con la sacca di plastica per l’emergenza benzina.
Viale Giovanni da Cermenate. Una lunga strada, nella zona Sud di Milano, sulla direttiva che scavalcato il Naviglio Pavese porta alle autostrade, ad Assago o ai centri commerciali, a seconda di dove volete andare. Io non volevo andare da nessuna parte. Quando mi prendevano il malumore, di notte, sentivo il bisogno di saltare in macchina e girare per la città a casaccio. Era una di quelle notti.
Quarantenne, commesso precario in una grande catena di librerie, un monolocale in affitto (pagato spesso con difficoltà), una scrivania con i cassetti pieni di aria milanese, single. Appesa al muro, la mia laurea vecchio ordinamento (avevo imparato quella dicitura flaggandola nei siti delle inserzioni di lavoro).
Quella notte la nebbia sembrava ancora più densa e cattiva, una sostanza molle, argillosa, pronta a stringerti in un abbraccio pericoloso.
Aperto lo sportello del serbatoio, svitai il tappo. Alzai gli occhi distrattamente e lo vidi. Un uomo era afflosciato poco più in là, quasi a cavallo del cono di luce creato dai tristi lampioni del distributore.
Un ubriaco? Un senzatetto? Comunque qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Lo raggiunsi, con cautela, e m’inginocchiai al suo fianco. Sembrava più morto che ubriaco, ma poi diede un segno di vita, molto flebile. Non puzzava d’alcool né di vita sotto i portici, anzi pareva ben vestito. Sulla cinquantina, ben rasato, in ordine. Quello che si sarebbe detto “un signore distinto”.
“Signore distinto” aveva la bava alla bocca e fissandomi con uno sguardo vacuo cominciò a cercare di parlare. Ogni sforzo era atroce, per lui e per me. «Cimiero… 43… 12… Nascosto…. Minore».
Mi misi la mano in tasca, ma mi ricordai di aver dimenticato il cellulare a casa, in carica.
Mi rialzai guardandomi attorno. Il piazzale era vuoto, ma magari sarebbe arrivato qualcun altro. Che fare? Tornare alla macchina e andare in cerca di soccorso o tenergli compagnia? Intanto “Signore distinto” ebbe un ultimo guizzo, vomitò del sangue, mise le mani giunte sul petto e s’irrigidì.
Fu allora che lei entrò in scena. Veniva dal buio, avanzando senza fretta, animale padrone del territorio. In seguito mi sarei chiesto spesso da quanto tempo fosse lì, a studiare le mie mosse, acquattata.
Procedeva senza distogliermi lo sguardo di dosso, ma dava l’impressione di riuscire, non so bene come, a tenere sotto controllo l’intero perimetro del self service, anche le zone buie.
Quando fu più vicina, rimasi colpito dai suoi occhi. Un incredibile azzurro quasi scuro, incorniciato da capelli neri raccolti sotto un basco. Ero ipnotizzato. Un’epifania: era Vesper Lynd, la Bond-girl di Casinò Royale. Eva Green, la Vesper Lynd del film, si era materializzata lì, davanti a me, una notte di novembre, in una sudicia stazione di servizio sulla desolata circonvallazione di Milano.
La sua voce mi sembrò sensuale, ma anche impassibile. «È morto?».
Imbambolato, me ne uscii con un «Chi?».
Lei mi fissò come fossi un idiota e con un cenno indicò “signore distinto”.
M’inerpicai in una confusa spiegazione. «Ah… lui… Be’, non saprei… fino a un attimo fa era vivo e parlava… Oddio parlava… farfugliava qualcosa… non capito nulla…». Congratulazioni, stai proprio dando il peggio di te, pensai, arrabbiato con me stesso.
“Vesper” si chinò sull’uomo, lo toccò sotto la carotide. Con tono professionale pronunciò la sua diagnosi: «Morto». Si rialzò e mi fissò: «E tu chi sei? Hai detto che ti ha parlato? Cos’ha detto?».
Ci misi un po’ a elaborare le sue parole. «Gliel’ho detto… non si capiva nulla… sembrava una filastrocca… Ma aspetti un momento… È morto? Quell’uomo è morto?».
Lei alzò giusto un sopracciglio. «È quello che ho detto».
Mi accalorai. «Allora dobbiamo… la polizia… i carabinieri…».
M’interruppe con un gesto, poi alzò la testa. Stava… fiutando qualcosa e fissò un punto dietro di noi.
Molto lentamente, mi voltai. C’erano tre uomini che si muovevano verso di noi, avrei detto al rallentatore. Tutto sembrava sfocato, irreale.
Mi afferrò per un braccio. «Quella è la tua macchina?».
«S-sì…». Anch’io parlavo al rallentatore.
«Andiamo! Corri!».
Mi trascinò verso l’auto. «Non ci spareranno. Hanno paura di saltare in aria». Invece di rassicurarmi, le sue parole mi inquietarono ancor di più. Intanto lei era già al posto di guida, con me che prendevo posto sul sedile di fianco.
«La chiave!» ruggì lei. Ho la mania, quando scendo a far benzina, di staccare la chiave dal cruscotto.
«Cosa?».
I tre erano sempre più vicini, pareva stessero tirando fuori qualcosa dalle tasche dei cappotti.
«La chiave!».
Alzai meccanicamente la mano destra, in pugno la chiave d’accensione. Mi storse il polso costringendolo a mollare la presa, inserì la chiave nell’alloggiamento e partì a razzo.
Fui sbalzato indietro sul sedile, ma almeno uscii dall’intontimento. «Ehi! È una Hyundai, non uno Shuttle!».
Sempre a gran velocità, l’auto entrò nel viale.
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