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23 gennaio 2018

In una notte di nebbia – Thriller a puntate di Max Friedmon – Prima parte – Capitolo 5


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Mi aggrappai alla parte superiore del cancello. Tirai su la gamba destra fino a cavalcarlo, poi fu la volta della sinistra. Ora tutto il corpo, via dall’altra parte. Sempre aggrappato al margine superiore, mi lasciai scivolare lungo la superficie metallica.

Ero un po’ indolenzito, ma tutto sommato me l’ero cavata bene. Quasi troppo facile. C’era da insospettirsi? Mi appiattii contro l’angolo del cancello, aspettando le sirene della polizia… Nulla.
«Quando si dice silenzio di tomba» sussurrai in tono complice a un bidone arrugginito.
Il cortile era illuminato dai due fari e ci si vedeva abbastanza da percorrerlo senza bisogno della torcia. Ero nel retro dei grandi ossari che costeggiano i campi. Scavalcai un cancelletto e accesi la torcia, anche se la sua luce finiva subito assorbita dalla nebbia.
Sapevo che agli ingressi c’erano dei totem. Un sistema informativo che qualche classicista aveva chiamato Stige, ma non me ne servii. Nella mia paranoia mi figuravo che schiacciandone i tasti si sarebbe attivato l’allarme. Pensai anche a una strategia difensiva: «Potrei proclamarmi satanista e adoratore del demonio e fare appello alla libertà di culto».
Comunque non c’era bisogno di Stige: il cimitero era disegnato per linee orizzontali e verticali, perlustrarlo era semplice. Arrivato al campo 43, non mi fu difficile rintracciare la tomba numero 12.
Studiando la lapide, «Paolo Schulz. Nato nel 1946, morto nel 2006», mi salì alle labbra una specie di preghiera: «Caro sessantenne, svelami il tuo segreto, dimmi dove posso trovare il foglio e salvare la mia bella in pericolo».
Se segreto c’era, era nascosto bene. La numero 12 era una sepoltura come tante: fiori, la fotografia del defunto, un lumino ormai consumato, un piccolo cipresso che crescendo vegliava su di essa.
In realtà a ben guardare quell’alberello non sarebbe mai cresciuto, secco e avvizzito com’era denunciava che le radici non avevano attecchito o avevano incontrato un qualche ostacolo. In ogni caso, un albero morto. Toccai la superficie marmorea: era liscia, gelata. Impenetrabile.
Trovandomi a un punto morto, m’immaginai di essere “Signore distinto”. «Voglio nascondere qui un foglio di carta. Che faccio? Se sono in un romanzo gotico, ho una pala, un piede di porco, un aiutante viscido e gobbo. Ma siamo nel 2015, non ho né tempo né modo per aprire la tomba. Mi serve un nascondiglio a portata di mano, un posto in cui possa tornare a tempo debito per recuperare il tesoro. Un punto in cui trafficare senza destare sospetti».
«Portando dei fiori freschi». Tirai fuori il vaso, scossi i gambi, ne feci uscire l’acqua quasi ghiacciata, perlustrai l’incavo nella tomba e l’interno del vaso con la mano. Niente.
«Un lumino nuovo, visto che questo è consumato». Stessi passaggi, stesso fiasco.
Perlustrai la tomba palmo a palmo, sperando di trovare una crepa, una fessura, un buco celato ad arte… Zero.
I dubbi che pensavo di aver soffocato tornarono a galla. Cimiero… 43… 12… Nascosto…. Minore magari la cantilena significava tutt’altro e io avevo travisato tutto e sprecato tempo prezioso.
Mi rialzai e feci girare lo sguardo all’intorno. Qualcuno mi toccò sulla spalla. Un tocco morbido, gentile. Mi sentii gelare. Un altro tocco e poi un terzo. Nessun suono, nessun colpo di tosse, nessuna intimazione. Un uomo mi si era avvicinato a passo così felpato che non mi era accorto di niente. Possibile? E perché stava zitto? Non resistetti. «Buonasera, come va? Guardi che le posso spiegare…».
Silenzio. Mi scostai leggermente e finii avvolto in un abbraccio, una stretta che odorava di albero. Senza accorgermene, ero arretrato verso l’inizio del campo, delimitato da alcuni alberi. Uno dei rami, mosso dal vento, mi toccava sulla spalla e, quando mi ero mosso, ero finito addosso all’albero.
Mi allontanai, imprecando tra i denti e con un sospiro di sollievo. Tuttavia quell’incontro ravvicinato mi aveva dato un’idea. «Mettiamo che io abbia nascosto qui il foglio. Se non riesco a recuperarlo a breve, c’è il rischio che i parenti vengano a trovare il caro estinto prima di me. E allora potrebbero trovare il foglio. Quindi devo nasconderlo dove nessuno metterebbe le mani. Per esempio ai piedi dell’albero morto dietro la tomba».
Immersi le mani nel pertugio tra le radici e le tombe. Trovai terriccio, qualche insetto, pezzi di radici, aghi di pino. «La prossima volta tuta nera e guanti da giardiniere» mugugnai. Sassolini. Poi tastai qualcos’altro. Sembrava plastica. Tirai fuori dal buco il “qualcos’altro”: non era spazzatura, sembrava la plastica usata dai salumieri per conservare sottovuoto gli alimenti.
Alla luce della torcia non apparivano fette di prosciutto, ma un foglio di carta. Una buona idea: la carta con l’umidità del terreno sarebbe marcita. «Eureka!». Non potevo esultare, quindi strinsi i pugni, gli occhi che mi brillavano.

 

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