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23 gennaio 2018

In una notte di nebbia – Thriller a puntate di Max Friedmon – Prima parte – Capitolo 6


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Misi il foglio incellofanato in tasca e rifeci la strada a ritroso. Pollicino aveva seguito le tracce e stava tornando a casa, ma ad aspettarlo c’era l’Orco. Scavalcato il cancello, riattraversata la strada, ero di nuovo alla macchina. A prima vista, tutto era come prima. Mi sbarazzai della felpa e mi rivestii.

Uscire dal parcheggio e immettersi in strada… le operazioni tipiche, viste da fuori, di chi va al lavoro prima dell’alba. Chi si fosse avvicinato, però, avrebbe sentito il mio cuore che batteva sovra eccitato.
In un luogo isolato e a distanza di sicurezza dal teatro della mia impresa presi il cellulare e andai alle chiamate ricevute. Selezionai l’unico numero presente e attesi.
Quattro, cinque, sei squilli. Nulla. Sette, otto… Silenzio. La mia euforia lasciò il posto alla paura. Ero nei tempi. Avevo trovato il foglio. Eppure… Arkady aveva cambiato idea? Che ne era di Vesper?
Il telefono prese vita. Era lui. L’aveva fatto apposta a non rispondere la prima volta, era chiaro. Un lungo respiro poi premetti il tasto: «Pronto?».
Arkady era in modalità simpatia. «Professore! Buone notizie?». Io ero ancora sotto l’effetto dell’ansia e mi limitai a un «Sì. Ho il foglio».
«Bravo! Me lo darai dove sai».
«Sa che non ho capito?».
«Professore, non mi deludere. Hai trovato il foglio, troverai dove portarmelo. Hasta luego». Clic.
Guardai attonito il cellulare ormai muto. Rifeci il numero e lui rispose dopo un paio di squilli. Grazie al cielo la sua stucchevole simpatia era evaporata. «Allora?».
Anch’io avevo cambiato umore. Ero stufo di essere trattato come un idiota. «Allora, lo vuoi quello stupido foglietto?».
«Cosa vuoi?».
«Prima fammi parlare con lei». Un paio di secondi di silenzio. Ero stato abbastanza convincente? Dal telefono emerse un suono amplificato, doveva aver messo il vivavoce. «Roger». Era lei. La voce sembrava provenisse da una caverna, ma a parte quello pareva normale.
«Stai bene?».
«Sì, tutto a posto».
«Tutto a posto, tutto a posto… Tesorino, cuore mio… Mi fate vomitare». Arkady si era reimpadronito del telefono. «Tuberete dopo. Hai capito dove ti aspettiamo?».
Stavolta fui io a prenderlo in contropiede: «Sai i tuoi piccoli amici dalla capocchia rossa? Ne ho anch’io un paio qui con me e sono ansiosi di smangiucchiare il tuo amato foglietto».
Silenzio. Stavo di nuovo scommettendo la testa con il diavolo. Qualunque cosa ci fosse scritta sopra, quel foglio era importante. Per me era un’assicurazione sulla vita, per lui un qualcosa per cui era pronto a qualsiasi cosa. «Bresso… Via Galilei, al 33… Cerca la Blarmin». Parlava a scatti. Era irritato, trapelava dalla sua voce. Avevo vinto anche questa mano. «Mezz’ora. O sarà lei a bruciare».
La gamba destra si muoveva convulsa. L’energia che avevo tirato fuori si era concentrata lì. Dovetti aspettare cinque minuti buoni prima di rimettere in moto l’auto.
Le zone industriali delle piccole città sembrano disegnate da un geometra a corto di idee. Linee orizzontali e verticali che s’incrociano, edifici e complessi, targhe e sparuti lampioni. Una geografia simile a quella di un cimitero. La zona industriale di Bresso non faceva eccezione, soprattutto quella notte: un conglomerato desolato e inquietante, in un silenzio rotto solo dall’ululato dei cani di guardia.
Bresso è a pochi chilometri da Cinisello Balsamo, quindi Arkady e i suoi dovevano essere già lì o magari mentre mi parlava era alla Blarmin da un pezzo. Vesper era con lui? O l’aveva lasciata all’altra tana? Oppure dopo avermici fatto parlare l’aveva…
Troppi pensieri, troppe domande. Dei fari bucarono il muro nebbioso, procedendo nella mia direzione, sulla carreggiata opposta. Gli antinebbia quasi mi accecavano, per cui ridussi la velocità al minimo. L’auto che mi passò a fianco era bianca, con delle strisce colorate e una scritta sui fianchi: una guardia giurata che faceva il giro della zona. Il guidatore rallentò, incuriosito dalla mia presenza.
Accostai l’auto vicino a un magazzino, in preda al panico: la guardia poteva chiedermi cosa ci facevo lì, magari segnalarmi come presenza sospetta alla polizia. L’uomo ridusse la marcia al minimo e la sua auto scivolò a fianco della mia. Agii d’impulso. Gli strizzai l’occhio, mentre con il pollice indicavo i sedili posteriori, come per fargli capire che non ero solo e che la persona a bordo con me ci teneva a non farsi vedere…
Il tizio ricambiò il mio gesto, a comunicarmi la sua solidarietà maschile, poi aumentò la pressione del piede sull’acceleratore e proseguì il suo giro. Scommisi che il giorno dopo, parlando con i colleghi, avrebbe raccontato di aver sorpreso un tipo, sicuramente sposato, che s’infrattava nella zona industriale.
Tirato un sospiro di sollievo, aspettai la macchina della guardia fosse del tutto fuori dal mio perimetro e ripartii, per poi parcheggiare davanti alla Blarmin. Era un edificio a forma di L, con la gamba più lunga in orizzontale e quella più corta in verticale. Sembrava una fabbrica in disuso, destinata a produrre al massimo ruggine e polvere.
Scesi e mi avvicinai. La cancellata era chiusa con una catena. Toccai il lucchetto: era corroso dalla ruggine, la serratura quasi mangiata. Non una luce, nemmeno d’emergenza o d’antifurto. Quel posto era abbandonato da secoli. Fossi stato in un film americano mi sarei acceso una sigaretta e avrei masticato tra i denti una frase tipo «Qui c’è puzza di bruciato».
Arkady mi aveva fatto penare per conoscere il luogo dello scambio e ora scoprivo che mi aveva indirizzato su un binario morto. Perché? Doveva essere una trappola: i suoi uomini sarebbero saltati fuori all’improvviso, mi avrebbero strappato il foglio e dopo avermi ucciso se ne sarebbero andati felici e contenti. Mi maledissi per la mia stupidità. C’era una cosa sola da fare: saltare in macchina e schizzare via. Anzi no, prima avrei buttato il foglio nel cortile della fabbrica, che se lo tenessero e poi via, più veloce della luce. E Vesper? Per quel che ne sapevo poteva essere già morta e sepolta e io non potevo certo resuscitarla. Fine dell’avventura e addio sogni di gloria.
Invece, scorto un cancelletto quasi sommerso da una pianta infestante, mi diressi verso di esso, anziché verso l’auto. La porta si aprì senza un suono: mi aspettavo fosse chiusa a chiave oppure facesse resistenza, stridesse sui cardini. Tutto il contrario. «Ben oliata… immagino usata di frequente».
Mi spinsi nel cortile. Le lastre del selciato erano sconnesse, l’erba cresceva tra le giunte. A sinistra, lo scheletro di una macchina rosa dal fuoco. Un vero set cinematografico, una messa in scena per ingannare chi avesse gettato un occhio distratto dentro.
Con cautela, cercando di non far rumore, mi avvicinai a un portoncino di ferro semi accostato. In tasca avevo ancora la torcia che mi era servita per l’escursione al camposanto. Una volta dentro, l’accesi, tenendola sotto la falda del cappotto. Un passo alla volta, esplorai l’ambiente: c’erano ragnatele, polvere, macchinari sfasciati e accatastati per terra, ma nessuna traccia di Vesper o di Arkady e della sua banda.
In un pertugio, una porta di metallo. Un’occhiata mi fece pensare che conducesse a un sotterraneo o a una cantina. Magari avessi avuto una pistola… Vero, non sapevo sparare, ma almeno mi sarebbe servita a far scena.
Le scale sprofondavano nelle viscere della Blarmin. I neon che illuminavano debolmente quella parte del fabbricato mi ricordavano quelli dell’altra tana, a Cinisello. «Si vede che Arkady ha usato lo stesso arredatore per tutti i covi».
L’ultimo gradino mi lasciò di fronte a un dedalo di stanze. Alcune con la porta chiusa, altre con la porta sfondata, altre ancora senza del tutto. Là sotto ogni cosa era impregnata di umidità e muffa, ma a farla da padrone era uno strano odore, come di metallo rancido.
Mi sentivo risucchiato in quel labirinto. Scelsi una stanza a caso e vi entrai. Il panorama non cambiava granché: tavolacci in legno, altri in metallo, tipo sala operatoria. Sopra di loro campeggiavano strumenti di ferro con qualcosa incrostato sopra. Ruggine? E c’erano anche delle pinze per elettrauto. Macchie di un colore sconosciuto sulle pareti. Dove diavolo ero finito?
L’avevo capito, ma non volevo ammetterlo. Fu solo quando m’appoggiai al muro per vomitare che accettai la verità.
«La prima volta fa questo effetto a tutti. È capitato anche a me. Sono passati tanti anni…». Sobbalzai. Era Arkady.
Girai la torcia attorno, stomaco e cervello ancora in subbuglio.
Ridacchiava e sputacchiava, tutto assieme. «È l’odore del sangue. La prima volta ti rivolta lo stomaco, poi ci fai l’abitudine e alla fine ti piace. Il sangue è vita, caro mio».
Era lì, nella stanza. Accasciato per terra, spalle al muro. La mano destra poggiata sulla pancia intrisa di sangue, il braccio sinistro poco discosto dal corpo, una pistola a portata di mano.
Calcolai quante probabilità avessi di potermi lanciare verso la porta prima che Arkady impugnasse l’arma e mi sparasse alla schiena. I margini di successo erano risicati, meglio star fermi e vedere come andavano le cose. E poi forse lui sapeva che ne era di Vesper.
«Sto morendo… Sei venuto a farmi la predica?».
Stava delirando?
«Allora predicatore… Hai perso la tua eloquenza?».
«Non sono un predicatore, sono…».
«Chi se ne fotte… I nomi…». Non poté finire la sua frase preferita per via di un sussulto, seguito da uno sputo di sangue.
Avrei voluto distogliere lo sguardo, ma non mi fidavo.
«Cos’è successo?».
«Ho sempre detto: quando sarà, voglio morire affondando il muso nelle tette di una bella donna. Invece mi tocca tirare le cuoia in compagnia di un predicatore idiota».
Ero in stallo. Non me la sentivo di dargli le spalle, ma nemmeno di avvicinarmi. Stava morendo, ma poteva essere una trappola. Perdeva sangue, ma poteva essere un moribondo ancora abbastanza in forze da impugnare la pistola e farmi fuori. Idea: sfiancarlo a forza di parole, fargli perdere vigore a furia di chiacchiere. Non era il momento di fare il boy scout.
«Arkady». Sembrava non avermi sentito. Allora ancora, più forte. «Arkady!».
«Vai a farti fottere».
«Ascolta, Arkady. Io…».
Lo sparo. Un proiettile. In pieno petto.
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