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24 novembre 2017

In una notte di nebbia – Thriller a puntate di Max Friedmon – Prima parte – Capitolo 7


Uno sparo. Morto. Arkady era morto. Qualcuno gli aveva sparato.
Vesper era sulla porta, la pistola davanti a sé, braccio destro teso, sinistro d’appoggio. L’odore dalla cordite mi provocò un altro conato di vomito e sputai grumi acidi.

Quando rialzai la testa, fu un déjà vu. Vesper che toccava un uomo sotto la carotide e con tono freddo decretava: «Morto». Poi si rialzava fissandomi.
D’istinto alzai le braccia. «Sono io, Roger».
«Lo so». Aveva un tono normale, neanche avesse appena finito di riporre la spesa sugli scaffali.
«L’hai ucciso».
«Acuta osservazione».
«L’hai giustiziato… a sangue freddo».
Lei fece una smorfia. «Siamo in guerra, Ruggero Reali detto Roger. E in guerra le persone muoiono. Non c’è scritto nei tuoi libri?».
La rabbia mi legava la lingua, come in macchina, verso Linate. Odiavo me stesso, Vesper, Arkady e quella notte impastata di sangue, orrori e vomito.
Tornando verso la porta, mi attraversò con lo sguardo come fossi invisibile. La afferrai per una spalla. «Aveva dei diritti anche lui, anche se era un criminale, un maniaco assassino e Dio solo sa cos’altro».
Si scosse dalla mia presa con uno scatto, poi scandendo bene le parole mi fissò: «L’uomo che voleva tagliarmi un seno. E sarebbe stato solo l’inizio. Poi avrebbe tagliato anche l’altro. E poi ancora. Avrebbe versato benzina sulle ferite per cauterizzarle ed evitare che morissi dissanguata». Mi allontanai sconvolto, non volevo più ascoltarla, ma lei proseguì, martellante «Mi avrebbe tenuta sveglia a forza e continuato a torturarmi ancora, fino a che non si fosse stancato del giocattolo. E lo stesso avrebbe fatto con te, uomo misericordioso». Mi ero appoggiato al muro con le mani, la testa china, la torcia puntata sulle scarpe impolverate, sperando tacesse una buona volta.
«Lascia perdere. Non è roba per te» e uscì dallo stanzino, lasciandomi in compagnia del cadavere di Arkady. Rialzai la testa con un urlo, la rincorsi nel corridoio, la afferrai di nuovo. «Invece sì! È roba per me. Ormai mi avete trascinato dentro… il tipo al distributore, Arkady, tu. Ormai sì, è roba per me!».
Mi spinse via, mandandomi a sbattere contro un macchinario sfasciato. «Sapientone! Topo di biblioteca! Ultimo arrivato! Sapevano già cosa fare con te, lo pregustavano. Si leccavano i baffi. Avresti fatto come tutti. Te la saresti fatta addosso. Avresti pianto, urlato, chiesto pietà. A un certo punto avresti implorato una cosa sola… morire… subito. Basta dolore. Nessuno resiste al dolore, alla tortura, alle botte, alle bruciature… Alla violenza…».
Massaggiandomi dopo l’urto, la guardai inoltrarsi nel labirinto e sparire. Salii all’esterno. Era ancora lì, nel cortile, mi voltava le spalle e camminava verso l’uscita. Per via della nebbia, appariva e spariva. Strascicai nervoso un piede per terra. «Senti, mi dispiace per…».
«Lascia perdere». Due parole, una mannaia che decapitava ogni dialogo. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. Tornai alla carica. «Ti avevo lasciata prigioniera e ti ritrovo libera. E armata. E gli uomini di Arkady? Spariti?». Neanche si voltò. Furioso, la presi per una manica. «Almeno potresti guardarmi quando…».
Girarsi e mettermi a terra con una mossa fu affare di un secondo. Incombeva su di me: «Si può sapere cosa vuoi?». Mi stava umiliando, ma almeno mi stava dando retta: «Avrei potuto andare a casa e dimenticarmi di aver promesso di tornare a salvarti. Invece ho commesso dei reati, rischiato di farmi ammazzare e …». Mi stoppò: «Bravo, congratulazioni e bacio accademico. È finita. Vai a casa, infilati sotto le coperte e dimentica tutto. È la cosa migliore da fare».
I suoi occhi avevano un bagliore freddo, più duro delle lastre del cortile su cui mi aveva sbattuto. La guardai, poi scandii un sonoro «No».
«No, cosa?»
«No. Non me ne vado. Ho il diritto di sapere. So io cos’è meglio per me». Mi rialzai, senza che facesse nulla per impedirmelo «Voglio delle risposte e non me ne andrò senza. Andrò alla polizia, dai giornali. Chiamerò…»
«La Protezione civile o il WWF?».
Perso. Avevo perso di nuovo. Non c’era modo di ottenere nulla da quella donna. Mi stavo spazzolando il cappotto quando mi colse di nuovo alla sprovvista. «Tre domande».
«Tre… domande?». La guardai sconcertato. Dov’era l’inganno? «Hai commesso dei reati, rischiato di farti ammazzare…» mi stava parodiando «meriti un premio. Domanda e ti sarà risposto… in base a quello che posso dire».
Ero diffidente, ma deciso a sfruttare l’occasione. «D’accordo. Vediamo… Per chi lavori?».
«Un’organizzazione governativa segreta».
Finsi di soffocare dalle risate. «Organizzazione governativa segreta… Cia? Shield? Isis? Giovani Marmotte? In un paio d’ore ti hanno liberato, eliminato i cattivi, ferito a morte Arkady e poi si sono dileguati in una cabina telefonica…».
«Dopo che te ne sei andato, mi hanno legata, messo un sacco in testa e caricata su una macchina». Si aggiustò il basco sulla testa, le mie ironie le erano scivolate addosso. «Un viaggio breve. Dopo avermi fatto scendere dall’auto, mi hanno messo in una specie di cantina puzzolente. Poi dev’essere successo qualcosa, ho sentito dei rumori, delle urla».
Poteva essere benissimo essere andata così, ma quando ero arrivato non c’era nessuno alla Blarmin, a parte Arkady moribondo e lei… «Mi sono slegata e tolta il cappuccio. La porta non era chiusa, nel corridoio c’erano un paio di cadaveri, uomini di Arkady. Ho preso la prima pistola che ho trovato. Ho sentito delle voci: eravate tu e Arkady. Il resto lo sai».
Cadaveri non ne avevo visti, ma non avevo esplorato tutta la fabbrica, poteva essere stata tenuta prigioniera in un’altra area. Dovevo fidarmi? «Uhm, d’accordo, facciamo che sia andata così. E chi era il misterioso benefattore? Diabolik?».
Una calma Zen, da far perdere la pazienza a un santo. «Nella banda di Arkady c’era un infiltrato. Uno dei nostri. Sapevo che c’era, ma non chi fosse. Se torturata, non avrei potuto bruciarlo. Immagino che quell’uomo, l’infiltrato, abbia aspettato il momento giusto prima di entrare in azione».
«E cos’ha di così importante quel foglio?».
«Gong! Fine dell’incontro». C’era un qualcosa di cattivo nella sua voce, ora. «Tre domande, ricordi? Ho rispettato l’accordo». Mi guardava sardonica.
Riepilogai mentalmente. «Lavora per i servizi segreti. Tutto questo macello per un pezzo di carta. Che altro? C’era un infiltrato. Carta straccia. Roba da romanzetto da edicola. Bravo Roger, hai giocato davvero bene le tue carte».
Senza più dire nulla, aprii il cancelletto e tornai alla macchina. Nessuna cerimonia degli addii. Aveva ragione lei: tornare a casa, dimenticare. Per di più s’era alzato un vento gelido che s’insinuava sotto i vestiti, fin dentro le ossa. «Perché non hai chiesto niente di me?». Colto di sorpresa, risposi di scatto. «Mi spiace, non sono autorizzato a rilasciare dichiarazioni».
Fece spallucce. «Fa’ come ti pare».
Maledizione… Sperai di essere ancora in tempo per rimediare. «Tregua?».
«Siamo in guerra?».
«Mi auguro di no… Ho una seconda chance?»
«Forse».
«Aveva ragione il mio prof al liceo: se una donna dice sì, non è una donna». Nessuna reazione. «Non te l’ho chiesto perché temevo ti saresti trincerata dietro il segreto di Stato». Continuava a tacere. La Sfinge al confronto era logorroica. Tanto valeva lanciarsi. «E poi» schiarendomi la gola «svelare un mistero è quantomeno indelicato verso il mistero stesso. E io non potrei mai essere indelicato verso un così bel mistero…».
Allungai un braccio per cingerla e protesi la bocca verso di lei, ma braccio e labbra incontrarono il vuoto. Scivolata via senza che me ne accorgessi, era alla macchina, impaziente. «Che fai? Il gioco dei mimi? Sali, che ti accompagno a casa».
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