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22 settembre 2017

Amor Towles: Il mio gentiluomo a Mosca

Il conte Aleksandr Il’icˇ Rostov creato da Amor Towles in Un gentiluomo a Mosca (Neri Pozza, pagine 560, euro 18,50, traduzione di Serena Prina) il 21 giugno 1922 è scortato attraverso i cancelli del Cremlino che danno sulla Piazza Rossa, a Mosca, fino alla suite 317 del Grand Hotel Metropol.
Apparso dinanzi al Comitato d’Emergenza del Commissariato del Popolo, Rostov è stato condannato a trascorrere il resto dei suoi giorni agli arresti domiciliari per essersi “irrevocabilmente arreso alle corruzioni della propria classe sociale”. La condanna non ammette errori: se mai dovesse mettere un piede fuori dal Metropol, il Conte sarà fucilato.
Avendo riconosciuto che un uomo deve saper governare le proprie circostanze, altrimenti sarebbero le circostanze a governare lui, il Conte decide di affrontare la prigionia mantenendo la propria determinazione nella praticità delle cose.
Amor Towles, questo è il suo secondo romanzo e ancora una volta è ambientato nel passato. Il prossimo sarà nel presente?
A me piace molto ambientare i miei testi a sessant’anni fa. Perché questo? I lettori hanno una vaga famigliarità con il mondo che io rappresento, nel senso che ne conoscono la storia, la cultura, informazioni sulla vita quotidiana, ma pochissimi di essi ormai ne hanno avuto esperienza diretta, come adulti. Questo mi dà una certa libertà perché posso inserire delle pietre miliari, delle tracce tipiche di sessant’anni fa, ma nello stesso ho libertà di inventare. E pian piano il lettore finisce con l’accettare le mie invenzioni. Per esempio tendiamo a dimenticare che Guerra e pace è ambientato cinquant’anni prima dell’epoca di Tolstoj. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato sessant’anni nel futuro e questo mi lascerà altrettanta libertà.

Amor Towles

La Natasha Rostova di Guerra e pace è una “parente letteraria” del Conte Rostov?
Forse sì, ma non è stata una scelta consapevole.
Uno degli elementi che colpiscono del romanzo è la distanza ironica che hanno sia la voce narrante sia il Conte Rostov nei confronti delle sue disavventure…
Farei una distinzione perché sono diverse le voci che parlano. Il 90 per cento del romanzo è raccontato dal punto di vista del Conte, quindi si percepiscono la sua cultura, il suo atteggiamento ottimistico e anche quelli che sono i suoi piccoli fallimenti quotidiani. Il restante è raccontato da un narratore quasi invisibile, ma trapela una voce più cinica, più navigata. La sfida è stata proprio trovare un equilibrio tra la vita fascinosa del Conte e la cruda realtà sovietica. E questo della voce narrante mi è sembrato il modo per trovare questo equilibrio: una voce tagliente, ma anche ironica, non fredda e meticolosa come quella di uno storico. Mi sono rifatto alla tradizione di Bulgakov e Gogol, per me è stato naturale adottare il loro gusto per il sarcasmo e la loro ironia.
Come ha costruito il microcosmo entro cui è rinchiuso Rostov?
Ero stato solo una volta al Metropol e quando ho iniziato a scrivere mi sono ripromesso di tornarci a lungo, ma solo dopo una prima stesura. Avevo una vaga reminiscenza dell’albergo, quindi molto è totalmente inventato.
Tolstoj o Dostoevskij?
Guerra e pace è uno dei miei tre libri preferiti in assoluto, con Moby Dick e Cent’anni di solitudine, tuttavia per carattere e personalità mi sento più vicino a Dostoevskij, lo sento più caro.

 

 

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