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24 novembre 2017

Eshkol Nevo: Tre piani di storie

Eshkol Nevo (Gerusalemme, 1971)

Una palazzina nei pressi di Tel Aviv, in Israele. Nei Tre piani che danno il titolo al libro di Eshkol Nevo (Neri Pozza, pagine 253, euro 17, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi) vivono persone diverse.
Amon è ossessionato dall’idea di proteggere sua figlia. Hani vive come fosse vedova di un marito sempre in viaggio d’affari. Dovra, giudice in pensione, affida a una segreteria telefonica le sue parole al marito defunto.
Come è nata questa struttura narrativa?
Forse è un po’ imbarazzante dirlo, ma non ho programmato tutto questo. Il libro è nato in un momento di libertà e passione e in un tempo molto breve quindi questa unità nasce da queste circostanze esterne. Parte del processo della scrittura sta nel mettere in gioco il proprio subcosciente. E quindi a volta capita come in questo caso che uno capisca cosa è accaduto, perché ha scritto certe cose solo dopo che il libro è stato pubblicato. Vorrei aggiungere qualcosa sulla tecnica: sono stato molto influenzato da un’intervista ad Alice Munro, in cui lei diceva che lei quando scrive non sa cosa scriverà nel paragrafo successivo e ho cercato di scrivere il libro mantenendo questa libertà, almeno nei primi due piani. Parte del mio lavoro con gli studenti delle scuole di scrittura creativa sta proprio nel convincerli a permettersi di lavorare così.
I personaggi sembrano vivere in uno stato d’animo di assedio, di paranoia. Sarebbe facile pensare a una metafora di Israele…
È una metafora complessa, quella dei personaggi del libro. Per quanto mi riguarda la questione nazionale non è centrale. Mentre scrivevo non pensavo tanto a quello quanto a dilemmi emotivi o questioni famigliari. Il terzo piano in effetti c’è una questione reale, successa nel 2011 che ho vissuto come un tentativo di immaginare un futuro diverso per il Paese, ne ho fatto parte e ne sono orgoglioso.
Amon e gli altri usano dei mezzi, degli intermediari (una lettera, la confidenza a un amico, una segreteria telefonica) per comunicare…
In questo modo il racconto si trasforma in una relazione, in un dialogo. Il protagonista non è più solo e cerca comprensione, perdono, ma anche qualcosa di concreto, di materiale: un lieto fine, un riconoscimento, un chiudere i conti con il passato. Questo ci fa capire che questa non è forse una semplice storia, ma un qualcosa di manipolato. Tutti quanti hanno degli amici immaginari.
La protagonista del secondo racconto a un certo punto va in cerca di una chiesa per confessarsi… I personaggi sono laici o religiosi?
Laici. Sono molto curioso di quella che non è la mia religione. Nel caso specifico, Hani non cerca tanto una chiesa, quanto un confessionale. Essendo così sola, cerca qualcuno cui confessare il suo segreto ed è disposta a valicare la linea immaginaria tra ebraismo e cristianesimo. È interessante che nella religione ebraica non esista qualcosa di paragonabile alla confessione così come è concepita nel cristianesimo. Basta confessarsi per essere perdonati? È una domanda quasi teologica. Nell’ebraismo non esiste la confessione, se non come inizio di un processo di riparazione per quanto si è fatto. Non sono una persona religiosa, ma mi pongo delle domande etiche come penso sia dovere della letteratura porre. In ognuno dei piani c’è un peccato, grande, ognuno a suo modo giustificabile. Cos’è bene e cos’è male? Cos’è il peccato? Cosa lo giustifica, eventualmente? La letteratura è anche uno strumento per porre questo tipo di domande. Un giudice della Corte Suprema d’Isreale mi ha detto: a mio parere questo è un libro sul giudizio, “giudiziario”, che tratta di colpa, peccato e punizione.
Genitori psicologi, lei stesso ha studiato psicologia. Bagaglio che rischia di pesare sulla scrittura, renderla meno spontanea?
Influenza che in qualche modo esiste, ma io scrivo in maniera intuitiva, come un selvaggio o un bambino che ha un amico immaginario. Quello che cerco ogni volta è un nuovo spazio, del tutto innocente, giocoso e a volte ci metto tanto a crearlo.
Cosa vorrebbe che rimanesse nel lettore alla fine del libro?
Mi piacerebbe sentirmi dire da un lettore che dopo aver letto il libro è capace di scusare, di perdonare se stesso.
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