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18 luglio 2018

Silvia Montemurro: La casa delle farfalle e dei ricordi

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Silvia Montemurro, La casa delle farfalle, Rizzoli, pagine 361, euro 18.50
Anita ha trent’anni e insegna biologia all’Università di Colonia. Non ama gli aerei e soffre di vertigini, ma non saprebbe spiegarne il motivo. Quando la sua vita viene sconvolta da un tragico evento, in crisi lascia Hans, il suo compagno, per tornare nei luoghi dov’è cresciuta – in treno naturalmente.

Lì, sul lago di Como, è decisa a ritrovare se stessa. Mentre passeggia cullata dallo sciabordio delle onde, incontra una bambina dai tratti giapponesi e dalla voce meravigliosa. Si chiama Yoko e, proprio come lei, è segnata da una ferita difficile da rimarginare. Presto Anita, leggendo il diario della nonna Lucrezia, scoprirà di essere legata a Yoko da una storia rimasta sepolta per anni, che unisce le loro famiglie. Tutto ha origine nel 1943, quando la casa di Lucrezia, la villa delle Farfalle, viene occupata da alcuni ufficiali tedeschi. Tra lei e Will, uno degli ufficiali, nasce un sentimento dirompente, ma la guerra sembra ostacolarli…
Cosa ha portato delle sue precendenti esperienze letterarie (L’inferno avrà i tuoi occhi, ma anche i libri YA) in questo libro?
Ritengo che qualsiasi autore abbia un momento in cui sente dentro un profondo desiderio di crescita. La casa delle farfalle è stato per me il banco di prova, per vedere quanto la mia scrittura potesse essere pronta a compiere questa maturazione. Non rinnego i romanzi precedenti, ma considero questo il mio primo vero romanzo per un pubblico adulto. Credo di aver trovato una mia voce, ma questo sarà il lettore a deciderlo.
Come si raccontano e come si vivono avvenimenti accaduti quarant’anni prima della propria nascita?
Sono sempre stata affascinata dal passato. La storia mi colpisce molto, soprattutto quella delle persone che hanno affrontato la seconda guerra mondiale, in questo caso specifico mi sono concentrata molto sui partigiani. Ho letto moltissime pubblicazioni, saggi, romanzi contemporanei o del passato, sull’argomento, e ho chiesto agli abitanti del luogo vicino a dove ho ambientato la storia, Ossuccio, cosa ricordassero. Ho avuto modo di ascoltare toccanti testimonianze dirette e mi sono molto emozionata. Un museo, in particolare, mi è stato utile per tutte queste ricerche: quello della fine della guerra, a Dongo. Trovo che la parte di documentazione per la scrittura di una storia sia uno dei momenti in cui si è più ricettivi e si apprendono cose nuove. La scrittura è un bellissimo modo per imparare, a qualsiasi età.
Perché aprire ogni capitolo con la descrizione romanzata di una farfalla?
Volevo che le farfalle avessero un loro spazio. Si trovano all’interno della storia, è vero, in molte descrizioni, ma dedicare a ciascuna delle più particolari un’introduzione nei capitoli mi ha permesso di raccontarle al meglio. E’ un po’ come se quella fosse la voce della ragazza delle farfalle, Lucrezia, che cura il farfallario e che spiega alla nipote il comportamento dei lepidotteri e perché ci si può identificare in essi, in alcuni periodi della nostra vita.
Cosa vorrebbe che rimanesse al lettore, concluso il libro?
Mi piacciono quei romanzi che continuano a viverti dentro. Quando mi capita di scovarne uno, lo tengo su una mensola speciale del mio salotto e ogni tanto lo riapro, per rileggere le frasi che più mi hanno fatto stare bene. Vorrei tanto che per qualche lettore questo fosse uno di quei romanzi da tenere vicino, vorrei che alcune frasi rimanessero in testa, come una melodia che non ti stanchi di ascoltare. Mi piacerebbe riempire di leggerezza e fantasia chi legge La casa delle farfalle. Un intento molto arduo, me ne rendo conto, ma nella vita almeno sognare non costa nulla.
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