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24 novembre 2017

Wulf Dorn: I miei inquietanti eredi

Wulf Dorn (Ichenhausen, 20 aprile 1969)

Dopo aver conquistato i lettori con i suoi psicothriller, con Gli eredi (Corbaccio, pagine 324, euro 17,60, traduzione di Alessandra Petrelli) Wulf Dorn si inoltra in un territorio nuovo, sempre ad alta tensione. Tutto ruota attorno alla testimonianza di una donna che afferma di aver assistito a fatti inconcepibili in un piccolo paesino di campagna.
Questo è il suo settimo libro. Quando ha iniziato, pensava che sarebbe diventata una carriera?
Certamente no. Quando mi sono messo a scrivere il primo libro ero alla scrivania con un’idea di storia nella mente. Mi immaginavo che nel migliore dei casi avrei avuto un paio di lettori, mai il contrario, come è stato.
Alla fine del libro scrive di “Aver lasciato sentieri a me conosciuti”. Perché questo cambiamento di rotta?
Gli eredi non ha la struttura classica dello psicothriller come gli altri miei libri. È presente un elemento, che ovviamente non voglio rivelare, che è molto più vicino al genere horror e che attraverso la presenza di alcune storie conferisce un tratto di realismo maggiore rispetto ai miei romanzi precedenti.
Questa volta la dimensione della indagine psicologica è meno presente e lo psicologo Robert Winter è più testimone che protagonista…
In effetti non mi premeva quello, stavolta. Winter è un testimone che tenta in tutti i modi di raccapezzarsi nel racconto della sua paziente, di determinare quali siano gli elementi di realtà e quali quelli di fantasia. Ciò che mi stava a cuore era tentare di dimostrare quanto sia difficile orientarsi in una situazione del genere, con una persona che inanella una serie di fatti incredibili e dove non si riesce a capire dove stia la verità.
Nel libro ci sono degli intermezzi, dei fatti di cronaca. Come ha avuto l’idea di incastonarli nella trama e come li ha scelti?
La decisione di inserire queste storie non è stata facile, perché rispecchiano fedelmente quanto accade tutti i giorni nel mondo. Sono storie vere, magari tratte dai rapporti dell’Unicef. Volevo rappresentare una situazione reale mondiale che partendo dalla trama ponesse il lettore di fronte a tutta una serie di cose che forse conosce poco o che essendo lontane da noi finiscono per non essere conosciute, ma che in realtà ci riguardano.
Come ha ideato il “colpevole” del libro?
La vera domanda è se il colpevole sia veramente tale… Era un’idea che mi frullava in testa da tempo, perché quando uno si guarda in giro, legge i giornali, vede la tv si rende conto di quante brutture e catastrofi siano provocate dall’operato dell’uomo. Allora la domanda è sorta spontanea: dove stiamo andando? Il mondo in che direzione si sta muovendo? E se qualcuno di insospettabile si accorgesse di queste verità, come reagirebbe? Come si comporterebbe?
Fino all’ultimo il libro è pervaso da un’atmosfera di sospensione, di dubbio. Come ha costruito questa atmosfera, nella sua officina?
Intanto bisogna dire che io lavoro in maniera fortemente intuitiva, quindi molto dipende dall’effetto che fa su di me la storia che sto raccontando così come la sto raccontando. All’inizio il romanzo aveva un andamento molto lineare, ma non mi agganciava, non mi trascinava, non c’era l’effetto desiderato. In genere mi aiuta moltissimo fare delle lunghe passeggiate e intanto riflettere. Ho pensato lungamente a come avrei potuto raggiungere l’effetto desiderato, ma direi una bugia se dicessi che so di preciso come ci sono arrivato… è stata una concatenazione di pensieri e riflessioni.
Anche in questo libro c’è un’ambientazione poco cittadina e più di campagna, anche se non c’è la consueta Waldklinik.. Le piace il contrasto città-campagna?
Va detto innanzitutto che ci sono state delle lunghissime e accese discussioni con il primo editor che ha lavorato sul testo, proprio per la collocazione geografica: non volevo assolutamente il luogo fosse preciso, teoricamente potrebbe essere dappertutto. Poi c’è il fatto che io amo moltissimo raccontare della campagna, ci vivo: tutto ciò che accade nel microcosmo, nel piccolo, prima o poi si verifichi nel macrocosmo, su scala più grande. Infine, volevo realizzare una situazione per cui c’è qualcosa che da molto tempo bolle in pentola e… a un certo punto salta il coperchio.
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