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24 novembre 2017

Ant-Man

Ant-Man, l’uomo-formica, è una leggenda. Il super soldato in grado di rimpicciolirsi fino alle dimensioni di un imenottoro, è, come dice lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas), “una balla colossale”.
Tuttavia Darren Cross (Corey Stoll), un tempo allievo di Hank, sta lavorando nei suoi laboratorio per sintetizzare la “particella Pym”, quella appunto in grado di creare un microscopico esercito.
Quando capisce che Darren è vicino alla meta Pym mette in campo una nuova pedina, Scott Lang (Paul Rudd), ladro per nobili scopi che dopo la scarcerazione non riesce a reinserirsi né nella società né nella vita della sua ormai ex famiglia.
Con il riluttante aiuto della figlia Hope (Evangeline Lilly), Hank trasforma, letteralmente, Scott nel uovo Ant-Man e lo spedisce in missione, con una banda squinternata di ladri amici di Lang, nel cuore della Cross Industries.
Il sempre più complesso universo dei cinecomics Marvel percorre due grandi filoni, sempre fedeli alla filosofia originaria del padre fondatore Stan Lee, quella dei “super eroi con super problemi”.
Da una parte, film che nell’intrattenimento innestano elementi più riflessivi e profondi, quasi delle sotto-trame. Dall’altra i pop-corn movies puri, intrisi di azione, ironia e divertimento.
Ant-Man fa parte di questa seconda categoria. Non che ci sia nulla di male, anzi. Il film di Peyton Reed (su sceneggiatura di Edgar Wright e Joe Cornish e di Adam McKay e Rudd, da una storia di Wright e Cornish) è abbastanza astuto da giocare in consapevole in maniera consapevole con gli stereotipi dei colleghi della prima categoria.
Quindi Lang, come ogni ogni improvvisato eroe Made in Usa che si rispetti, deve passare attraverso un percorso di espiazione, di delitto-e-castigo, di caduta-e-redenzione, che lo redima agli occhi della famiglia, della società e del pubblico.
Così come tra Hank e Hope ci dev’essere un muro d’incomprensione e rancore che ha bloccato il loro rapporto e portato lei sulla cattiva strada dell’alleanza con Cross.
L’impressione è che gli autori siano consepevoli di dover pagare questo genere di pegni e abbiano fretta di sbarazzarsene, per concentrarsi sul nocciolo duro del film: la creazione (o ri-creazione se vogliamo essere più precisi) di un nuovo eroe pronto a entrare negli schemi dei cinecomics marveliani prossimi venturi.
Tra effetti speciali roboanti e il tipico umorismo Marvel, spicca la cura del cast. Rudd è credibile nei panni del loser, dell’eterno perdente che cambia pelle e vita; dopo Lost, la Lilly è un felice ritorno; Michael Peña tratteggia bene il latino pasticcione e ciarlone. E poi c’è Douglas: dopo Robert Redford in Captain America: The Winter Soldier, Martin Sheen in Amazing Spiderman e Kevin Costner in L’uomo d’acciaio un altro vecchio leone che si diverte a immergersi nel meraviglioso nuovo mondo dei cinecomics.
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