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22 settembre 2017

Self/Less

Self/less: senza la barra è chi, secondo l’Oxford English Dictionary, si preoccupa più degli altri che di sé. Con la barra, è un gioco linguistico, ma anche scientifico. Come quello in cui si immerge Damian Hale (Ben Kinglesy): è ricco, anziano e malato terminale. E non vuole morire.
Per cui quando l’inquietante dottor Albright (Matthew Goode) gli propone una insolita terapia per rinascere, dopo un’iniziale esitazione accetta. Damian “muore” nel suo vecchio corpo malato e “rinasce” in uno giovane e prestante.
Ufficialmente, Damian Hale è morto. Grazie a un procedimento di shedding, ora c’è Edward (Ryan Reynolds), un playboy di New Orleans. Ma perché nella mente di Edward affiorano frammenti di memorie di un’altra vita, che non è quella di Hale? Ricordi che hanno a che fare con una donna, Madeline (Natalia Martinez) e sua figlia? E chi è davvero Albright? Come funziona in realtà lo shedding?
Già dal riassunto dovrebbe apparire come il film di Tarsem Singh sia un incrocio, un ibrido tra il thriller psicologico e la fantascienza, con alcuni elementi di scienza e filosofia. Un approccio che affascina Singh dai tempi del suo esordio con The Cell (2000). Anche stavolta però l’amalgama non è riuscita e i diversi blocchi coabitano, più che integrarsi.
Più interessanti sono altri aspetti. Per esempio, lo sguardo di Singh sugli Usa, comunque “altro” (Tarsem è nato in India, anche se si è trasferito negli States a 24 anni) rispetto a quello di un regista autoctono, capace di cogliere i dettagli meno banali e consueti.
Così come colpisce la quasi assenza di tecnologia: video, smartphone, tv sono latitanti e anche la macchina per lo shedding sembra un macchinario per la tac come si trova in ogni ospedale.

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