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18 giugno 2018

La seriosità di Black Panther


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Tornato a casa dopo la morte di suo padre, T’Challa sale al trono come nuovo re del Wakanda. Tuttavia, quando due nemici si alleano per detronizzarlo, T’Challa è costretto a indossare le vesti di Black Panther – Pantera Nera – e allearsi con la CIA e le Dora Milaje, le forze speciali del Wakanda, per salvare il suo paese e il mondo intero.
Black Panther, nel percorso del Marvel Cinematic Universe, rappresenta un passo falso, all’indietro. L’ingrediente di cui si sente più la mancanza nella messa in scena orchestrata da Ryan Coogler (anche sceneggiatore con Joe Robert Cole) è l’ironia. Se Thor: Ragnarok traboccava di ironia e autoironia (anche troppa, secondo alcuni detrattori) qui siamo agli antipodi: tutti sembrano prendersi molto, troppo sul serio. L’elemento ironico dovrebbe essere veicolato da Shuri (Letitia Wright), la sorella di T’Challa, ma questo personaggio appare troppo modellato sul Q. della saga di James Bond per risultare davvero originale e inventivo.

E 007 sembra essere il vero punto di riferimento di questo film, più che l’universo Marvel: gadget e invenzioni tecnologiche a profusione, scambi di valigette, spie, incontri-scontri in un casino (sud-coreano, per coinvolgere anche il pubblico del mercato asiatico). Peccato che dell’agente segreto al servizio di sua maestà T’ Challa non abbia preso il senso dell’umorismo.
Il sospetto, politicamente scorretto, che sorge vedendo il film è che il fatto che fosse un film all black (protagonisti, regista, personaggio eponimo etc) abbia indotto la produzione ad aumentare il tasso di serietà, spingendosi spesso e volentieri oltre il crinale della seriosità, e ad abbassare quello dell’ironia.
Non manca invece l’appello alla coabitazione pacifica, all’idilliaca collaborazione tra i popoli, al costruire ponti e non muri… insomma la facile facile retorica anti-Trump che sembra non poter mai mancare nei film americani, così da dargli una patina democratica e liberal che non guasta mai e non impegna troppo.

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