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20 settembre 2018

Tanti pasticci ne La ragazza dei tulipani


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Amsterdam, 1636: la città è in pieno fermento. Il commercio prospera, le arti fioriscono. Sophia (Alicia Vikander) orfana cresciuta dalle suore, viene presa in sposa da un ricco mercante, Cornelis Sandvoort (Christoph Waltz), molto più vecchio di lei. Lui desidera ardentemente un figlio, ma lei non riesce a darglielo,. I due decidono di posare per un ritratto, ma Sophia inizia una relazione con il pittore, Jan van Loos (Dane DeHaan).
Intanto la cameriera di Sophia, Maria (Holiday Granger), scopre di aspettare un figlio dal ragazzo di cui è innamorata, che per un equivoco è fuggito via. Il tutto, mentre l’Olanda è preda di una follia collettiva, la febbre di possedere i bulbi di tulipani.
La ragazza dei tulipani (tratto dal romanzo, edito da Sperling & Kupfer, di Deborah Moggach, co-sceneggiatrice con Tom Stoppard) segna la fine del metodo Weinstein. Non ci riferiamo ovviamente allo scandalo scoppiato qualche tempo e che ha travolto l’un tempo potente Harvey “mani di forbice”, ma al suo un tempo fruttuoso modus operandi.

Un libro che mescoli alto e basso, passione e arte; una regia di servizio o comunque non d’autore (in questo caso Justin Chadwich); uno sceneggiatore doc (lo Stoppard di Shakespeare in Love); cast importante e glamour (Waltz, la stella nascente Vikander, la veterana Judy Dench); una ambientazione sontuosa e a grosso budget (l’Amsterdam del Secolo d’oro ricostruita a Londra).
Tuttavia in questo caso l’operazione non è riuscita. Il film esce un paio d’anni dopo l’ultimazione, sottoposto nel frattempo a rimaneggiamenti e ripensamenti. Lo scoppio dello scandalo non ha certo aiutato, tanto è vero che ogni riferimento a Weinstein è cancellato dalle note per la stampa. Al di là questi elementi oggettivi, però, ad azzoppare il film è la amalgama dei suoi elementi. Il piatto finale è insapore, stereotipato, con un eccesso di finali e sottofinali.

Altro fattore negativo: la fusione tra la storia d’amore e di passione e la storia che fa da sfondo e dovrebbe intrecciarsi alla prima, la bolla dei tulipani, è fredda, posticcia.
La Tulip Fever del titolo originale fu forse la prima crisi economico-finanziaria dell’epoca moderna – non a caso citata da Gordon Gekko in Wall Street-Il denaro non dorme mai – ma nel film di Chadwik diventa l’ennesimo tassello di una narrazione già sovraccarica e confusa.

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