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16 Dicembre 2018

Il mistero di The Wife – Vivere nell’ombra


Si dice spesso. “Dietro ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna”. Per esempio, Joan Castleman (Glenn Close), estremamente intelligente e ancora molto bella, la perfetta moglie devota. Quarant’anni passati a sacrificare il suo talento, i suoi sogni e le sue ambizioni per incoraggiare e sostenere la carriera letteraria del carismatico marito Joe (Jonathan Pryce), sopportando e giustificando con pazienza le sue numerose scappatelle.
Un tacito patto su cui è stato basato il loro matrimonio fatto di compromessi che la sola Joan deve sopportare. Ma dopo tanti anni ha finalmente raggiunto il punto di rottura. Alla vigilia del Premio Nobel per la Letteratura, Joan si trova a confrontarsi con il più grande sacrificio della sua vita.

Chi è Joe Castleman? Un grande scrittore o un truffatore? Un narciso innamorato di sé, ma dal talento inversamente proporzinale all’autostima? Un maschio predatore di sesso e creatività altrui?
E chi è Joan Castleman? Una moglie, un essere umano quasi speculare a Joe anche nel nome? Una domna che si è volutamente spogliata della sua identità letteraria più di quarant’anni fa, quando una donna scrittrice era un ossimoro, un’entità mitologica i cui libri erano destinati a prendere polvere sugli scaffali, intonsi?
O forse Joe può dire a Joam, come Baudelaire: “Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat. Hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère!”.
The Wife-Vivere nell’ombra, forse perché ambientato quasi tutto nella fredda Stoccolma invernale, sembra imbevuto della cultura scandinava: potrebbe essere una casa di bambola di Ibsen, una danza di morte di Strindberg, una scena da un matrimonio di Bergman (ulteriore corto circuito: Pryce è doppiato da Gabriele Lavia).
Certo, Björn Runge non è nessuno di loro. La sua è una regia corretta, che impagina la sceneggiatura di Jane Anderson (adattamento del romanzo di Meg Wolitzer, edito in Italia da Garzanti) e soprattutto si mette al servizio del cast. Il detective letterario Nathaniel Bone (Nathaniel come Hawthorne, l’implacabile indagatore dell’anima e dell’ipocrisia di quell’America da cui viene anche Castleman?) di Christian Slater. Il frustrato figlio aspirante scrittore David (Max Irons).
E ovviamente i due protagonisti. Pryce è un “castle man”,un uomo chiuso nel suo castello di granitiche certezze che come la parodia di Hemingway o di Faulkner fatta da Paul Newman in Intrigo a Stoccolma preferisce i piaceri della carne e della tavola a quelli dello spirito. Mentre la Close sfaccetta le mille ambiguità del suo personaggio con grande maestria. E l’ultima inquadratura (che ricorda il finale di C’era una volta in America) è tutta per lei e il suo inquietante mistero.

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