Ambientato negli anni ‘90, Captain Marvel mette da parte lo schema tradizionale delle “origin story” e presenta al pubblico Carol Danvers (Brie Larson) già in possesso dei propri superpoteri.
Dopo aver abbandonato la Terra, Carol si unisce alla Starforce, il reparto d’élite intergalattico dei Kree, guidato dall’enigmatico comandante Yon-Rogg (Jude Law).
Ma una volta terminato l’addestramento ed essere divenuta un importante membro della Starforce, si ritrova nuovamente sulla Terra con nuove domande sul proprio passato. Qui attira presto l’attenzione di Nick Fury (Samuel L. Jackson) e i due dovranno lavorare insieme per sconfiggere gli Skrull e il loro leader Talos.

Evocata nel finale post-titoli di coda di Avengers: Infinity War, Captain Marvel ottiene il suo film tutto per sé (“stand alone”), ma non la piena autonomia. Il film diretto da Anna Boden e Ryan Fleck (la storia è scritta da Nicole Perlman & Meg LeFauve e Anna Boden & Ryan Fleck & Geneva Robertson-Dworet, mentre la sceneggiatura è firmata da Anna Boden & Ryan Fleck & Geneva Robertson-Dworet) infatti serve anche, nel mosaico del Marvel Cinematic Universe, da ponte tra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.
Proprio per questa sua natura ibrida, il suo non poter essere una storia compiuta, il film appare non del tutto riuscito. Black Panther, per esempio, altro film “stand alone” Marvel, aveva una sua compattezza, oltre a essere tassello di una lunghissima catena.
Detto questo, l’ibrido è il concetto chiave del film di Boden & Fleck. Ibrida è Carol Danvers (anche se ovviamente non possiamo spiegare appieno come e perché). Ibrido è il cast, che fa scendere in campo il veterano Jackson-Fury (qui ringiovanito dal computer) accanto a un attore popolare, ma fino a oggi lontano dal pop come Jude Law e ad Annette Bening nel ruolo iconico della star del cinema passato (un po’ come Michael Douglas negli Ant-Man).
Ibrida è anche la messa in scena, che retrodata la storia agli anni Novanta, dandogli una patina vintage (con un furbo e acchiappante effetto nostalgia). Non mancano gli echi del genere “romanzo di formazione militare” (Top Gun, Ufficiale e gentiluomo), quelli della fantascienza declinata come space opera (duelli nello spazio e viaggi intergalattici) e l’umorismo Marvel (a volte un po’ grassoccio).
Insomma, si potrebbe liquidare Captain Marvel come un frullatone non pienamente riuscito, ma bevibile. Tuttavia siamo nel 2019, viviamo nel clima del #metoo, del nuovo femminismo, di Trump, dei muri… e il film non lo nasconde. «Questo film è tutto ciò che mi sta a cuore, tutto ciò che è progressista e importante e pieno di significato e un simbolo che vorrei aver avuto durante la mia crescita» ha detto la Larson accettando il ruolo.
Ovvio che difficilmente avrebbe detto cose diverse, ma le sue parole sono interessanti comunque: oltre a essere un “super eroe con super problemi” (secondo la formula aurea di Stan Lee), Carol Danvers è un personaggio in evoluzione continua, fisica e mentale, ma con una salda base morale. Carol Danvers ha qualcosa dell’eroismo western ma non granitico di Ethan Edwards (Sentieri selvaggi) o di Shane (Il cavaliere della valle solitaria).

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