Spotlight è un team di giornalisti investigativi del Boston Globe soprannominato Spotlight. Nell’estate del 2001 il neodirettore Marty Baron (Liev Schreiber) incarica il team di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni.
Il caporedattore di Spotlight, Walter “Robby” Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) cominciano a indagare.

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Via via che parlano con l’avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian (Stanley Tucci), intervistano adulti molestati da piccoli e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, emerge con sempre maggiore evidenza che l’insabbiamento dei casi di abuso è sistematico e che il fenomeno è molto più grave ed esteso di quanto si potesse immaginare. Nel 2002 il Globe pubblica le sue rivelazioni, aprendo la strada ad analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.
Tutti gli uomini del cardinale. Indagine su un’istituzione al di sopra di ogni sospetto. Il film di Tom McCarthy (anche autore del copione con Josh Singer), ricorda il miglior cinema civile e d’inchiesta di quarant’anni fa. Un cinema che non aveva paura di mescolare il rigore e l’invenzione visiva e scenica, il coinvolgimento civile e la ricerca linguistica.
Certo, McCarthy non è Alan J. Pakula o Elio Petri e ogni epoca ha l’arte che rispecchia lo spirito dei tempi, ma Il caso Spotlight è costruito in maniera abile: la regia imbastisce un thriller di cui si conosce già il finale (peraltro amaro come nei noir) tenendo lo spettatore sempre sulla corda, inoltre lo scavo psicologico dei protagonisti è eccellente, soprattutto quando mostra come le scoperte fatte influenzino le loro vite private, non solo la professione.
Non aspettatevi perciò un banale film a tema (per quello c’è la televisione) con la Chiesa Cattolica nei panni del Buio e del Male e i coraggiosi cronisti del Boston Globe in quelli degli eroici difensori della Luce e della Verità. Non a caso, un film girato quasi solo in interni (redazioni, bar, case private) impregnato di un’atmosfera mai netta, diretta, ma sempre obliqua, ambigua, ricca di mezze misure.

PS Secondo Éric Scherer, gli 8 mesi d’inchiesta costarono al Boston Globe un milione di dollari, senza contare le parecchie decine di migliaia di dollari di spese legali. (cfr. Éric Scherer, A-t-on encore besoin de journalistes? Manifeste pour un “journalisme augmenté”, Paris, puf, 2011). Donanda: oggi, costi del genere sarebbero ancora sostenuti?

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