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24 Febbraio 2020

Hammamet: l’autunno del patriarca


Hammamet è la cittadina tunisina dove si è ritirato un anziano leader di partito italiano. È un uomo malato, che si sente tradito e abbandonato da quella corte di nani e ballerini che una volta lo omaggiava, ma anche dall’Italia. Attorno a lui la moglie, la figlia Anita, il figlio e Fausto, figlio di un compagno di partito defunto che s’insinua nel piccolo mondo di Hammamet per sconvolgerlo dall’intermo.
Hammamet è un film su Bettino Craxi? “No, anche se lui è il protagonista e il motore del racconto” afferma nel pressbook Gianni Amelio (autore del soggetto e co-sceneggiatore con Alberto Taraglio). Amelio non guarda ai film-ritratto di Francesco Rosi (Il caso Mattei; Lucky Luciano) e nemmeno al Berlusconi del Caimano di Nanni Moretti o a quello di Paolo Sorrentino e del suo dittico Loro. Nel suo sguardo c’è tenerezza, per il patriarca al tramonto.
La sua ambizione è di rifarsi al cinema americano classico (il western, il noir, il melodramma) filtrato atrraverso la lezione di Quarto potere: nel film il nome “Craxi” non viene mai pronunciato, così come non viene fatto il nome di nessun altro politico (a parte Sandro Pertini) dell’epoca.

Non ci fossero state le bandiere socialiste e i garofani del congresso trionfo ultimo atto del craxismo la vicenda avrebbe potuto essere del tutto metaforica, allegorica.
Allegoria di cosa? Per esempio del potere e della sua solitudine. Il presidente, come è chiamato nel film (uno straordinario Piefrancesco Favino), è solo all’inizio, al vertice del potere, ed è solo durante il racconto. La moglie (Silvia Cohen) è affettusa, ma distante, il nipote garibaldino troppo piccolo per capire, il figlio (Alberto Paradossi) distante. E la vecchia amante (Claudia Gerini) che torna a trovarlo troppo appartenente al passato…
Al suo fianco ci sono solo l’indomita figlia Anita e l’inquietante Fausto, l’una speculare all’altro nella loro contrapposizione. Anita custode feroce dell’immagine e del valore del padre. Fausto (Luca Filippi) osservatore con la propria telecamera dell’amarezza e della decadenza del presidente.
Hammamet è costruito su una sceneggiatura solo in apparenza minimale, che evita barocchismi e spiegoni, su lunghe inquadrature quasi fisse, su dialoghi serrati. Il film ha una svolta improvvisa nel finale, in cui l’apparizione del padre fonde echi felliniani (il collegio, un sacerdote androgino) e il volgare avanspettacolo in stile Bagaglino.

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