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28 Ottobre 2020

I Lacci asettici di Daniele Luchetti


Reali, quelli delle scarpe. E lacci metaforici, quelli che tengono in piedi le relazioni, le famiglie, ma anche quelli che avvincono, che si abbarbicano alle persone soffocandole.
Napoli, primi anni ‘80: il matrimonio di Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohrwacher) entra in crisi quando Aldo si innamora della giovane Lidia (Linda Caridi). Trent’anni dopo, Aldo e Vanda sono ancora sposati, ma le questioni irrisolte sono ancora allacciate alle loro vite.
Dal romanzo di Domenico Starnone Daniele Luchetti (sceneggiatore con Starnone e Francesco Piccolo) ha tratto un film che sembra un esperimento. Un lavoro ambientato tra gli anni ’80 e i giorni nostri che ricorda terribilmente certo cinema italiano degli anni Novanta/Duemila.

Sarà la presenza di attori come Lo Cascio, Silvio Orlando, Laura Morante, che appunto riecheggiano quel periodo. Sarà per le ambientazioni, “pluricamere e cucina”, ma sempre soffocanti, asfittiche. Sarà per via della solita coppia che si sfalda sullo sfondo di città grige, dove vige un perenne autunno.
In Lacci la passione non c’è, il cuore latita: c’è l’urlo, non il furore, lo strillo isterico, la costruzione claustrofobica compiaciuta. I personaggi principali sono mediamente sgradevoli, antipicati, quelli minori sfocati oppure stereotipati. Si salva solo la Lidia di Linda Caridi, ma non basta a salvare il film dal naufragio.
Alla fine i lacci (metaforici) attorno a cui ruota il film risultano asettici, lacci emostatici che fermano il flusso sanguigno anziché irrorare il cuore e la mente dello spettatore.

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