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28 Ottobre 2020

I predatori e la strategia dell’accumulo


I predatori sono di vario genere. Un uomo (Vinicio Marchioni) bussa a casa di una signora: le venderà un orologio con l’inganno. Un giovane assistente di filosofia, Federico Pavone (Pietro Castellitto), è vittima di un barone universitario.
I genitori di Federico, Pierpaolo (Massimo Popolizio) e Ludovica (Manuela Mandracchia) sono destinati a incrociare la strada dei Vismara, popolani, neofascisti, al centro di traffici sporchi. E così via, tra una cena di compleanno che diventa un gioco al massacro con rap e un set complicato.

Cinema nel cinema. Tradimenti di vario genere, intellettuali e carnali. Uno stile espressionista, a tratti survoltato. Una ricerca dell’ironia e del sarcasmo quasi ossessiva. Dialoghi prolungati a favore della macchina della presa.
C’è molto, tanto in I predatori, opera prima di Pietro Castellitto (che firma anche la sceneggiatura). Una strategia, quella dell’accumulo, tipica di molti esordienti, una stimmate cui Castellitto non sfugge.
In questa mescolanza di registri, in cui il grottesco si ibrida con il noir, la commedia nera, il dramma esistenziale, alle volte lo spettatore si perde. L’impressione è che il regista non abbia saputo tenere del tutto a bada il materiale eterogeneo e incandescente messogli a disposizione dallo sceneggiatore.
Tuttavia bisogna dare atto al nuovo autore di aver scelto, per il suo esordio, strade narrative e stilistiche lontane dal mainstream del cinema italiano.
Se a firmare I predatori fosse uno sconosciuto, forse il film avrebbe un’accoglienza meno sopraccigliosa e prevenuta da parte di certa critica. La parola al pubblico.

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