Jacqueline Bouvier Kennedy, Jackie,ha 34 anni quando suo marito, John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America, è ucciso a Dallas. Jackie deve tirar fuori tutto il suo coraggio per superare il dolore e lo choc e ritrovare la fede, consolare i figli e forgiare il mito del marito. E di se stessa.

Una giovane donna in un’elegante tailleur rosa si asciuga la faccia dopo aver pianto, in un bagno. Il vestito è sporco di sangue e materia cerebrale. Il sangue e la materia cerebrale del marito della donna. La quale non si toglierà il vestito fino a sera, finalmente sola nella vastità solitaria, opprimente e angosciante, della Casa Bianca.

Pablo Larrain e lo sceneggiatore Noah Oppenheim de-costruiscono la costruzione di un mito. Il film del regista cileno mostra – con il suo stile in apparenza freddo e distaccato, da anatomista, in realtà partecipe in modo profondo – come Jackie abbia, superato il primo momento di smarrimento, costruito con consapevolezza una mitologia: quella di JKF, della Nuova Frontiera come novella Camelot, di se stessa come moglie, madre, vedova, Ginevra senza macchia né Lancillotto tentatore.
La vicenda è incorniciata dall’intervista che Jackie concede a un giornalista senza nome, costretto ad accettare le ferree condizioni della ex First Lady: nulla può essere pubblicato senza la sua approvazione. Niente off the record, rivelazioni non autorizzate o scoop.
Avanti e indietro in quel pugno di mesi del 1962, la macchina da presa di Larrain scandaglia e penetra nelle carni, filma l’infilmabile (l’assassinio di Kennedy, fatto rivivere dal punto di vista di lei), gli intrighi e i giochi di potere, il dolore e la passione: Jackie a confronto con i burocrati, i mass media, ma anche con un prete cattolico (l’ultima interpretazione del grande John Hurt) sul mistero insondabile della sofferenza.
Vinca o meno l’Oscar (premio fortemente sopravvalutato) Nathalie Portman modella un’interpretazione memorabile.

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