”La prima volta che mia mamma mi ha visto nei panni di Ciro, continuava a fissare la tv e poi me, me e poi la tv. È la normalità della mia famiglia. È mia madre che pensa: ma come fai a fare cose così terribili, che fanno ribrezzo, quando a casa sei un fesso e se serve te le do ancora?”.

Lo dice con la calata napoletana mentre ride Marco D’Amore, classe 1981, cresciuto in scena a suon di Shakespeare e Goldoni, ma per i milioni di fan di Gomorra ormai indissolubilmente Ciro L’immortale, il pupillo del boss Pietro Savastano, capace di ogni più turpe delitto, nella serie Sky tratta dal romanzo di Roberto Saviano.

Ma nella vita D’Amore, nato a Caserta e nipote d’arte, ha tutta l’affabilità della sua terra. E proprio mentre Gomorra sbarca in America, per lui si prepara un autunno di fuoco, tra cinema, teatro e tv. ”Sa come diceva Eduardo? La cosa più importante per un attore è ‘a salute”, ricorda all’ANSA recitando una delle più celebri battute di De Filippo. A novembre si torna infatti sul set per la terza stagione di Gomorra, la prima che non sarà diretta da Stefano Sollima.
Negli stessi giorni ‘dovrebbe uscire in sala Brutti e cattivi, film opera prima di Cosimo Gomez, interpretata insieme a Claudio Santamaria, su una banda di disabili che organizza una rapina. ”Una commedia nera, mai vista in Italia, in cui mi vedrete in modo molto diverso”.
Ma soprattutto, il 28 settembre debutterà in prima nazionale al Piccolo Eliseo di Roma con American Buffalo, testo tra le prime prove giovanili di David Mamet (ultima parte della trilogia voluta da Luca Barbareschi, che vede in scena contemporaneamente all’Eliseo anche Glengarry Glen Ross), negli anni interpretato da Al Pacino e al cinema da Dustin Hoffman, che ora D’Amore dirige e interpreta insieme a Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato.
Facendo parlare Mamet in napoletano. ”Se si conosce il testo non è strano – spiega – Mamet spesso parla del sound che viene dalla strada. Usa un linguaggio greve, basso, che conosco bene. Mi sono detto: Se lo fai in italiano viene fuori un compitino gentile, educato. Invece qui serve che il suono venga fuori dalla pancia”. E così, con l’adattamento di Maurizio De Giovanni, la storia si sposta dalla periferia americana alle puteche, le botteghe dei vicoli partenopei. Don diventa un napoletano con il mito americano, negli abiti che porta, nei cimeli che appende alle pareti. E anche in quella moneta, l’American Buffalo, un vecchio mezzo dollaro che forse vale una fortuna, forse no, che progetta di rubare insieme a due altri balordi.

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