Notti magiche cantavano Edoardo Bennato e Gianna Nannini nell’estate del 1990, quando l’Italia arrivò a un passo dalla finale dei Mondiali. Un sogno spezzato come quello dei tre giovani protagonisti del film di Paolo Virzì, Antonino Scordia (Mauro Lamantia), Luciano Ambrogi (Giovanni Toscano) ed Eugenia Malaspina (Irene Vetere).
Finalisti al Premio Solinas per sceneggiature inedite, i tre, un siciliano cinefilo, un toscano infoiato e una ragazza romana di buona famiglia, si ritrovano immersi in un mondo al tramonto: quello del glorioso cinema nostrano, dell’ormai defunta commedia all’italiana.
A fare da perno e collante delle vicende dei tre, un produttore cialtrone, Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), che dopo una gloriosa carriera fatta di serie B e film d’autore, è spiantato, ma non domo.
Fino alla notte in cui l’Argentina di Maradona spazza via l’Italia e la macchina di Saponaro finisce nel Tevere con lui dentro…
Ci sono un siciliano, un toscano e una ricca ventenne probblematica (non è un refuso)… sembra l’inizio di una barzelletta, ma è la triade di protagonisti di Notti magiche (scritto da Virzì con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo).
Un siciliano cinefilo che “pare un libro stampato” (come Leporello dice di Donna Elvira nel Don Giovanni mozartiano) come lo Stefano Satta Flores di C’eravamo tanto amati. Un toscano che scrive sceneggiature in una sola notte, come i leggendari Luciano Vincenzoni o Sergio Donati. Una ragazza della (buona?) borghesia capitolina piena di paturnie e fobie come…
Come è la parola chiave di questo film. Come in Ovosodo e in Caterina va in città. Come in La terrazza. Come in La dolce vita filtrata da La grande bellezza (il personaggio di Emanuele Salce, ibrido tra quelli di Alain Cuny e di Carlo Verdone nei lavori di Fellini e Sorrentino rispettivamente). Come qualcosa che vorrebbe essere un omaggio ai grandi di Cinecittà, ma va fuori rotta, trasformandoli in macchiette volgarotte, furbetti del quartierino e irosi venerati maestri.
Come il vezzo di chiamare registi e sceneggiatori solo con il nome di battesimo: Ettore, Mario, Suso, Ennio, Furio.. E lo spettatore comune, non addentro alla storia del cinema?
Come il film che avrebbe potuto essere se fosse stato incentrato su Saponaro: il racconto di miserie e splendori del cinema italiano, per ora (salvo errori) narrato solo nei documentari.

PS Stendiamo il velo su una macchina in corsa che lanciata contro una balaustra non la sfonda, ma la scavalca con eleganza da ginnasta; su un uomo con il parrucchino che perde il parrucchino in una colluttazione, ma non quando si lancia da un’auto in corsa; su degli sconosciuti rintracciati velocemente grazie a una polaroid; sugli interrogatori condotti dai Carabinieri senza la presenza di un avvocato difensore…

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