Fare ancora Trainspotting, guardare i treni in arrivo e in partenza dalla stazione? O scegliere la vita? E se fra le due cose non ci fosse poi gran differenza?
Mark Renton torna in Scozia vent’anni dopo esserne fuggito a perdifiato, carico di ventimila sterline. Vuole fare ammenda con i suoi amici Daniel “Spud” Murphy e Simon “Sick Boy” Williamson, cercando di evitare lo psicopatico Francis “Franco” Begbie.
In questi vent’anni c’è chi si è fatto una nuova vita vita (Mark), chi la galera per omicidio (Begbie), chi continua a farsi di eroina (Spud), chi una ragazza che usa per ricatti a sfondo sessuale (Sick Boy).

Il cinema mainstream, quello prodotto dalle grandi case di produzione, è in crisi d’astinenza da idee da anni: sequel di sequel, franchise, marchi di fabbrica e attori magari un po’ usurati, ma sempre garantiti (mettete voi i nomi).
Danny Boyle alla regia, John Hodge alla sceneggiatura (dalla saga ero e comica di Irvine Welsh), Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle ed Ewen Bremner all’interpretazione, Edimburgo. Sulla carta, tutti gli ingredienti per il perfetto sequel, in grado di pescare il pubblico ideale, il target giusto, quello di chi vide il primo film nel 2006 e vuole rivivere la magica atmosfera “gioventù, amore e rabbia” e bla bla bla.
Boyle – che da allora si è costruita un’onesta carriera da artigiano della regia – però scarta, sorprende, come i campioni del pallone idolatrati da Mark & C.
Non c’è nostalgia, forse consapevolezza, ma niente lacrime e “cosa eravamo, cosa siamo diventati”. Forse non a caso la parte più debole del film, da commozione facile, è quella del riscatto di Spud attraverso la scoperta di una vocazione da scrittore.
T2: Trainspotting 2 non è commozione, celebrazione, nostalgia, sindrome di Peter Pan e bla bla bla. È un film che diverte, che irrita, che coinvolge. Una pellicola a suo modo senza speranza, in cui “Prima c’è stata un’occasione… poi c’è stato un tradimento” e la storia non cambia.

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