Tenet

Tnet è una parola latina che può aprire molte porte, anche quelle sbagliate. In futuro una guerra di proporzioni apocalittiche getterà l’umanità sull’orlo dell’estinzione.
Armato di una sola parola – Tenet – il Protagonista, l’eroe senza nome (John David Washington) sarà coinvolto in una missione che lo vedrà confrontarsi con lo spietato oligarca russo Andrei Sator (Kenneth Branagh) per prevenire il conflitto e salvare il mondo dall’abisso. “Non andartene docile in quella buona notte. Infuriati, infuriati, contro il morire della luce” appunto.

Tenet è latino (“tiene”), è palindromo, fa parte del famoso Quadrato del Sator (le cinque parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS) e così via. C’è da mandare in estasi i fan di Christopher Nolan (qui anche sceneggiatore solista).

Il regista inglese dall’inizio della carriera ha almeno un paio di costanti su cui lavora: il Tempo; il latino (Memento, Insomnia); gli enigmi; l’idea che chi tira i fili del gioco sia sempre un passo avanti al protagonista; le poesie come frasi-chiave (Dylan Thomas in Interstellar, Walt Whitman qui).
Alfiere dei blockbuster d’autore con venature filosofiche o pseudo-tali, Nolan spesso è intellettualistico (a voler essere cattivi, cervellotico) come altrettanto spesso sembra voler inseguire il fantasma di Stanley Kubrick (Interstellar). Qui però la costruzione narrativa è paradossalmente più semplice, più schematica.

Si parte con una sequenza adrenalinica (l’attacco all’Opera di Kiev – OPERA), si prosegue con le disavventure dell’eroe senza nome, destinato a incrociare la donna della sua vita (ovviamente sposa infelice dell’oligarca Sator – SATOR, proprietario tra le altre svariete cose della società ROTAS…) e a tentare come detto di salvare il mondo dal delirio epocale del villain.
Raccontata così, siamo dalle parti di 007 e non ci sbaglia granché: azione, sparatorie, belle donne, tirapiedi da sgominare, scenari esotici ed estremi (India, la Norvegia, una piattoforma eolica nel mezzo di un oceano), la buona vecchia Londra con le sartorie di Saville Row. Insomma più o meno l’armamentario di James Bond, però senza troppi gadget.

Non fosse per un necessario “spiegone” a introdurre quello che Hitchcock avrebbe chiamato il MacGuffin, l’oggetto del desiderio di buoni & cattivi (e che ovviamente non vi diremo), saremmo alle prese con un cocktail d’autore (un Martini agitato, non mescolato direbbe forse il comandante Bond), ma sempre di generi.

La prospettiva, altra frase-chiave nel film, cambia nell’ultimo blocco narrativo. Qui allo spionaggio subentra il film di guerra, il thriller (riusciranno i nostri eroi?), ma soprattutto il “nolanismo” più sfrenato. Vale a dire, che il perno dell’azione diventa una complessa teoria del Tempo, che si avvolge su stesso, diventa palindromo e poi si svolge, cambia e non cambia…. Non ci avete capito niente? Neanche chi scrive.
Il consiglio è doppio: o durante la visione del film vi lambiccate a districare la matassa allestita con indubbia maestria da Nolan oppure vi mettete comodi, rinunciate al cimento intellettuale e vi godete la battaglia finale, rimandando lo sbroglio al dopo cinema.

P.S. Interessante notare le due visioni-concezioni del Tempo che innervano tanto Tenet quanto un altto blockbuster, mgari non d’autore, come Avengers: Endgame. Come se il cinema ad alto (altissimo costo) Made in Hollywood avesse scoperto un nuovo topos su cui lavorare, quella del Tempo appunto. Chissà se il Dottor Strange si sarebbe trovato in sintonia con l’eroe senza nome di Tenet.

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