Titane

Titane. Titanio. Alexia (Agathe Rousselle), adora le automobili, sin da quando, bambina, un incidente le ha donato una placca di titanio nella testa. Facendola rinascere, gonfia di rabbia e amore represso che la trasformeranno in un essere ibrido e nuovo.
Alexia uccide, fa l’amore con un’automobile, scappa di casa braccata dalla polizia. Con un trucco s’installa nella casa-caserma di Vincent Legrand (Vincent Lindon). Questi è il capo di una piccola sexzione di pompieri nella Francia del Sud. Capo, padre, padrone. “Io sono Dio” dice ai sottoposti, cui impone la presenza del nuovo arrivato. “Nuovo” perché Alexia ora è Adrien, il figlio di Vincent la cui scomparsa, dieci anni prima, aveva mandato in pezzi il suo matrimonio.
Alexia/Adrien (nomi speculari: Alex/Adrienne) e Vincent formano una bizzarra famiglia. Contro tutto e contro tutti. Intanto la gravidanza fa il suo corso e qualcosa/qualcuno cresce nel ventre di Alexia/Adrien…

Titane: un mondo e un cinema post-umano

Titane è disturbante. Inquietante. Imperfetto. Mette in scena la morte in maniera che alle volte respinge, fa abbassare lo sguardo. Vitale. Generoso. Con punte di umorismo nero nei mamenti più drammatici. E lirico nel finale. Titane, con cui Julia Ducournau (anche sceneggiatrice) ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 2021, è questo e altro.

Titane
Julia Ducournau, regista di Titane @Philippe Quaisse

Alexia è una freak, un alieno. I debiti, le eredità del fillmsono evidenti. Tod Browning, Cronenberg, Shin’ya Tsukamoto, il Fellini più onirico e feroce e tanti altri. Tuttavia il film della Ducournau, distribuito da I Wonder Pictures, non è un apologo para-filosofico come Crash né un esercizio di stile di cinefilia.
La regista si muove e ci porta in un territorio ibrido, alieno. Metallico in senso letterale, ma anche metaforico. Alexia si muove come un automa meccamizzato, una mantide religiosa robotica. Sia quando balla in uno strip-club costellato di automobili sia quando fa sesso sia quando uccide. Dal canto suo. Vincent non s’arrende al passare del tempo. Forza e forgia il suo corpo con esercizi fisici e iniezioni rinforzanti.

L’ironia, la tragica ironia è che a cadere, a morire in maniera feroce sono i personaggi che si mostrano umani, fragili, sensibili.
Il mondo e il cinema della Ducournau sono post-umani, ibridi. Cosa quasi scontata, il film non piace a tutti. Tuttavia non si vede in filigrana volontà di scandalizzare, di épater la bourgeoisie. Roba vecchia e stantia. Il desiderio, semmai, sembra quello di andare oltre. Di vedere cosa si cela al termine della notte.

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