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20 Aprile 2021

Waiting for the Barbarians nelle sabbie


Waiting for the Barbarians. Aspettando i barbari, il Magistrato (Mark Rylance), amministrra un isolato insediamento di frontiera al confine di un impero senza nome.
In quella che ricorda la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari l’arrivo del Colonnello Joll (uno spettrale Johnny Depp) sconvolge la placida routine della zona.
Il compito di Joll è riferire sulle attività dei “barbari” (che per il Magistrato sono degli innocui nomadi) e sulla situazione di sicurezza al confine. Joll inizia a condurre una serie di spietati interrogatori. Il trattamento dei prigionieri per mano del Colonnello e la tortura di una giovane donna “barbara” (Gana Bayarsaikhan) portano il Magistrato a una crisi di coscienza e a un atto di ribellione.

L’astrattezza del contesto (come si chiama il Magistrato? Dove si svolge l’azione? Quando?) e la concretezza dei gesti (le torture, il viaggio nel deserto, la fisicità dei corpi straziati).
Il film di Ciro Guerra (sceneggiato dall’autore del romanzo omonimo, il premio Nobel J.M. Coetzee) si muove tra questi due poli. Una ricerca quasi esasperata della metafora (i barbari/nomadi da una parte, l’ideologia legge & ordine di Joll dall’altra, cion in mezzo il Magistrato) da una parte. Dall’altra una rappresentazioone vivida, a tratti quasi insopportabile, di corpi, gesti, attività.

I corpi in Waiting for the Barbarians sono mostrati, deturpati, violati, di rado accarezzati. Quello di Joll o del suo sadico assistente Mandel (Robert Pattinson) emanano odore di morte, quello del Magistrato passa attraverso un martirio con redenzione, quello della Barbara è martoriato.
Poderoso dal punto di vista visivo (la fotografia è del veterano Chris Menges), a tratti artificioso nel parlato, il film di Guerra s’impiglia in questa contraddizione: il testo e l’ansia metaforica, lodevole ma didascalica, appesantiscono il raccomto. Non a caso i momenti migliori sono quando la parola ce l’hanno solo le immagini. In quei momenti il film esce dalle secche.

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